Questo inquietante gusto di costruire le cose storte. E di negare le leggi che governano l’universo

Mi preoccupa che si abbia voglia di erigere grattacieli sghembi come quelli che si vedono dalla tangenziale di Milano verso Torino. È lo stesso gusto per cui il matrimonio fra un uomo e una donna è giudicato uguale a quello fra due uomini

Ogni volta che passo dalla tangenziale in direzione di Torino mi si ferma lo sguardo su quei nuovi grattacieli vistosamente sghembi che si alzano appena fuori da Milano. Anche se sto pensando ad altro, c’è sempre un attimo in cui li considero con preoccupazione. Certo, lo so che stanno in piedi, e mi hanno assicurato che, all’interno, le pareti sono ben diritte. Ma mi immagino di affacciarmi dall’ultimo piano, sul lato che si sporge nel vuoto, e so che non mi sentirei affatto bene.

Quello che mi impensierisce, è che si abbia voglia di costruire case sbilenche. Ancora pochi anni fa chi mai avrebbe comprato casa in un palazzo più pendente della Torre di Pisa?

Ma c’è un gusto, oggi, nel costruire le cose storte, nel negare le leggi che governano l’universo. È lo stesso gusto per cui il matrimonio fra un uomo e una donna è giudicato del tutto uguale a quello fra due uomini, e un figlio può essere selezionato con i geni “giusti”. È il gusto delle case storte, delle leggi violate.

Mi confortano però, proseguendo verso Novara, le vecchie cascine, larghe, forti, e ben piazzate sul terreno, come matrone. Mi piace pensare alle loro mura spesse, e ai larghi camini attorno a cui si stava insieme, la sera.

La nostalgia è sterile, ma ai miei figli ho insegnato ad amare quelle vecchie case dalle pareti incrollabili e dalle stanze grandi, pronte ad accogliere nidiate di bambini. Forse alla nostra generazione tocca questo, un compito da medioevali monaci benedettini: tramandare, nel tempo avverso, il gusto delle case ben fondate nel terreno.