Grillo e lo sfondo del desktop

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando pendevamo dalle labbra del leader 2.0: moderno, vincente, futuristico

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beppe-grillo-sh«Abbiamo conquistato Parma, la nostra Stalingrado, e adesso andiamo verso Berlino» erano le parole con cui il 21 maggio 2012 Beppe Grillo commentava il risultato dell’elezione di Federico Pizzarotti, primo sindaco pentastellato di un certo rilievo.

Descrivendolo in quella giornata, Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera ci restituì l’immagine del leader 2.0: moderno, vincente, futuristico. Mentre gli altri capipartito piangevano in tv qualche secondo in più di collegamento, il web-guru, schifando i vecchi arnesi della comunicazione tradizionale, postava su Facebook, twittava su Twitter e faceva incetta di commenti e condivisioni.

Una slavina che partiva da un mouse. Nessuna sezione di partito, a casa sua (quella casa che comprò «seguendo il consiglio del mio amico Gino Paoli») c’erano solo Grillo, il suo monitor e la sua tastiera.

È passata acqua sotto i ponti e di Parma si parla per rogne calcistiche, di Gino Paoli per rogne fiscali. Di Grillo e della sua valanga di clic si discute perché Repubblica ha scritto che «il suo blog va male» e il Nostro s’è incazzato postando altri numeri, altri dati, altri hashtag.

Se sia vero il calo, poco importa. Fa più impressione pensare alla sbornia che ci siamo presi quando abbiamo creduto che tweet e post, clic e condivisioni potessero essere il modo più furbo per fare politica e non invece solo tweet e post, clic e condivisioni. E che bastasse cambiare lo sfondo del desktop per cambiare il panorama che stava fuori dalla finestra.

Foto Beppe Grillo da Shutterstock

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