Grassi, grossi e contenti. Contro la guerra mondiale all’obesità che unisce Letta a Obama

Come il presidente americano, anche il premier italiano ha lanciato la lotta alla pancetta. Ma gustare un fritto di cervella o la zuppa di piccione è immorale?

Altolà, non passa l’obeso. Enrico Letta ha dichiarato guerra all’adipe. E l’ha fatto con solennità, proprio nel suo discorso d’investitura. «L’Italia deve valorizzare il proprio grande patrimonio sportivo. La pratica significa prevenzione contro le malattie, lotta all’obesità, formazione a stili di vita sani e leali e al rispetto delle regole. Dobbiamo impegnarci per diffondere la pratica sportiva sin dalle elementari, con un piano di edilizia scolastica diffuso su tutto il territorio nazionale»: detta così, come si fa a dissentire? Infatti noi assentiamo: è encomiabile l’attenzione alla salute delle persone, e l’obeso, da un punto di vista medico, è un malato.

Superata l’iniziale ammirazione, tal quale potrebbe meritarla una dichiarazione contro la fame nel mondo o contro la guerra, scendendo più in profondità, oltre la superficie delle cose, qualche riflessione viene fuori dalla nostra testona cacadubbi. Un illustre cineasta con la barba lo disse anni fa: le parole sono importanti. E i vocaboli prescelti da Letta, molto in linea con la visione del mondo di Barack Obama e della sua ubiqua signora, potrebbero scoccarci più di una scintilla. Certo, anelare alla messa in pratica di stili di vita sani è lodevole, quasi lapalissiano. Ma gli stili di vita «leali»? Avete capito bene: leali. Facciamo attenzione. E soprattutto facciamo mente locale sul significato di questa parolina. Ci viene in aiuto un provvidenziale Sabatini Coletti: “leale”, se riferito a persona, è «onesto e sincero, fedele alla parola data, a una promessa o a un patto». Bene. Qui parliamo di stili di vita, e lo stile, malgrado riguardi l’agire degli uomini, è pur sempre una cosa: e se “leale” si riferisce a cose (necessariamente, comportamenti), capiremo che il termine connota ciò che è «conforme alle regole, senza imbrogli». Alt, fermi tutti: regole? Imbrogli? Ciò che non è leale, evidentemente, è sleale. Come il cospargere di chiodi un parcheggio per i camion, o fare lo sgambetto a un cieco (pardon, non vedente). Uno stile di vita leale com’è? E il suo opposto? Mangiar poco è leale? Mangiare fino a sfondarsi è sleale? Verso chi? Verso se stessi? Non è che, caro Letta, stai mescolando un po’ surrettiziamente la medicina all’etica? Perché quest’aggettivo? Un obeso non è sleale verso nessuno. Al massimo, ha una condotta di vita capace di cagionargli danni di salute. Ma non per questo è immorale.

E non per questo è infelice. Se uno gode nell’assaggiare la lingua di vitello in umido, quant’è amorale la sua passeggera felicità? Ok, la lingua è in assoluto la frattaglia più calorica, ma la sua dolce, delicata, carezzevole bontà non è in discussione. E se uno gusta la trippa? Questa in teoria dovrebbe piacere anche ai “magristi”, perché viceversa è poco calorica (100 chilocalorie all’etto), alla faccia del luogo comune: in ogni caso, volete mettere, quant’è gioiosa e golosa? Un fritto di cervella e carciofi? Un filettino di baccalà in pastella? Tutta roba triste? Aprendo una parentesi: i poveri cibi in sé hanno poche colpe. Si ingrassa se si eccede. E questo vale sia per il pinzimonio di sedano che per i bucatini all’amatriciana. Ma chi eccede, a parte l’ovvia preoccupazione salutista, non si può dire che sia sempre infelice. Oddio, magari certi obesi compulsivi, che ingollano e basta e si ingozzano di merendine, patatine o altro solo per riempirsi, forse a monte hanno disagi psicologici. Ma uno grasso e senza complessi, che va a cercare autentiche prelibatezze, non necessariamente è un disagiato da psicologia. Semmai, è un po’ incauto. Ma non si fa scippare la piccola goduria di una zuppa di piccione. Delle lasagne bolognesi come si mangiano alla Gigina nella città di Balanzone. E del ragù napoletano. Quest’ultimo è quasi il diavolo per chi straparla di alimentazione senza averne le basi. Su un misto di strutto e olio, si rosolano tante cipolle, e poi costine di maiale, muscolo di manzo, involtini di carne con dentro pecorino, caciocavallo, uvette, pinoli. Si rosola bene, poi si aggiunge il concentrato di pomodoro e un po’ di passata. E si cuoce per cinque, sei, sette ore. Poi si toglie la carne, che si mangerà come secondo, e si condisce la pasta (preferibilmente candelotti spezzati a mano, quelli che industrialmente si chiamano ziti) con questo sugo che avrà assunto i colori del marroncino e dalla cui pentola si spanderà un profumo ineguagliabile. Passaporto per la morte? Immoralità? Infelicità? Vedrete quanto sarete immorali o infelici, a gustare un capolavoro del genere. Altroché. E mangiandone il giusto, non si ingrassa. Ma spiegatelo ai talebani: per loro, ingrassa chi non segua le loro superdiete.

Le diete proliferano. Diete dure, draconiane, concepite anzitutto per far dimagrire, ma anche, se non soprattutto, per ingrassare il portafogli di chi le escogita. Certo, chi è a posto e sano non ne ha bisogno: ma questo fanatismo dietologico per tutti gli altri? Ragazze che vogliono passare da una 40 a una 38, quelle ne hanno bisogno? Il fisico di una modella semianoressica è sano? Un noto parlatore forbito del ramo, un solone che dal suo sito web ci spiega che «la scorciatoia della religione classica o della droga per affrontare il mondo sono equivalenti: non dignitose» e di cui omettiamo il nome perché non crediamo necessario eternarne la memoria, sostiene che la nostra percezione di bello o di brutto deriva dalla “efficienza” che il corpo umano riesce a comunicare.

Efficienza. L’umano come una macchina: quanto più un corpo riuscirà ad assomigliare a standard macchinistici, tanto più sarà bello. Quindi altamente morale. Ecco, sul fatto che una macchina possa essere esempio di moralità, c’è tuttora qualche dubbietto. Quindi, di riflesso, siamo alla morale dell’amorale.

Niente di nuovo sotto il sole: le battute sui grassi, bassi, calvi e tutto il resto sono molto popolari. E anzi, spesso sono le migliori. La cosa curiosa è questa: chi punta il dito contro queste battute ha dentro di sé, inconsciamente, l’incrollabile certezza che la magrezza sia un imperativo categorico non solo sanitario ma anche morale. Ma tiene bassa la voce, per carità, e lo fa con la boccuccia a culo di gallina.

Il bello è che quest’equivoco è nato da un’espressione: «stili di vita leali». Se Letta ne sceglieva un’altra, probabilmente evitavamo di almanaccare su quella che è una tendenza amena della nostra società, ossia il decretare l’immoralità della pancetta del cinquantenne e pure del maiale. Ci tenevamo la parte bella del discorso, che è sacrosanta e condivisibilissima, anche se qualche maligno potrebbe osservare che suona un po’ come melodia intonata in onore della neo ministra Josefa Idem, sportiva, perfetta, agonistica a quasi cinquant’anni. E come tale, testimonianza di uno stile di vita sano. E leale, lealissimo. Ben superiore a quello praticato dai ghiottoni iconoclasti, poveracci loro e chi li ha messi al mondo. Amano la bistecca alla fiorentina e l’agnello all’aquilana. Poveri loro, eh.