A febbraio si vota per colpa del giustizialismo di Renzi e della scarsa determinazione di Napolitano e Letta

La disgregazione è vicina. A meno che il centrodestra, riconoscendo i suoi errori passati, non allarghi confini e visione di una coalizione che corra per governare

Il governo Letta si sta sgonfiando come un soufflé mal riuscito. Il destino sembra segnato: si farà una leggina elettorale e quella di stabilità, poi si andrà a votare a febbraio, sciogliendo le camere a dicembre.

Così il Pd eviterà il congresso trovando un accordo tra Matteo Renzi e gli ex comunisti: a quello Palazzo Chigi, agli eredi del Pci il partito. La magistratura combattente riuscirà a evitare un insidioso referendum. Si rimetterà agli elettori l’onere di indicare una via di uscita. Naturalmente un occhio per capire la situazione andrà rivolto ad americani e tedeschi che in una fase di nostra sovranità così bassa non mancano di far sentire pesanti influenze (talvolta contrapposte).

C’è spazio per un altro esito? Se vi fosse ancora un qualche establishment degno di questo nome in Italia, sarebbe il momento per lanciare una proposta di pacificazione, un’amnistia magari onerosa (una sorta di ampia commutazione della pena) che rimediasse persino alla mancanza di soldi per Iva e Imu, e desse il tempo per quella riforma dello Stato a cui si è lavorato con intelligenza e per alcuni provvedimenti particolarmente urgenti per la giustizia.

Però non si vede in giro alcuna personalità capace di prendere un’iniziativa di tal fatta, quindi è probabile che il corso delle cose sarà quello per così dire “segnato”. Ai due uomini di buona volontà che hanno cercato una diversa via di uscita, Enrico Letta e Napolitano, manca la determinazione di un De Gaulle, la capacità di affrontare un duro passaggio di fronte alla nazione assumendosi responsabilità eccezionali.

Da questo punto di vista quello veramente ardimentoso è Luciano Violante, tipo capo dei paras in Algeria, che ha in prima persona acceso la virtuale guerra civile per via giudiziaria nel 1992 e poi è divenuto consapevole – esattamente come i militari francesi che si resero conto che non si poteva vincere in Nord Africa – che i magistrati, politicizzando la giustizia contro la maggioranza dell’opinione pubblica, finivano per cacciarsi in un vicolo cieco.

L’ex giudice torinese è l’unico che abbia dimostrato abbastanza fegato nel difendere la via della pacificazione, ma non aveva il ruolo (e magari neanche la statura) per essere decisivo. Si è andati così avanti con le autorevoli e “sagge” mezze posizioni, apprezzabili per stile (anche se questo vacilla di fronte alle ultime banalità particolarmente stupide di Lettino sulla “giustizia che deve fare il suo corso” se no non arrivano gli investimenti) ma non per efficacia, soprattutto di fronte alla determinazione della magistratura combattente e del partito sfascista guidato da Repubblica. D’altra parte – come ci insegna il sublime Alessandro Manzoni – chi non ha il coraggio non può darselo.

Lo scenario dunque prevedibile è elezioni a febbraio in un’Europa ancor più dominata dai tedeschi dopo la vittoria di Angela Merkel e in un contesto globale reso fragile dagli sbandamenti della leadership americana.

La sinistra offre poche speranze tra l’esercito di anime morte guidato dagli Epifani, dai Cuperlo e dal fu Pier Luigi Bersani, e un Renzi che con l’ultima svolta giustizialista (e la rincorsa dei voti grillini) ha bruciato le chance di pacificazione che in un primo momento aveva interpretato. Dalla sua, l’area berlusconiana è rinchiusa in trincee difensive, comprensibili come reazione all’aggressione sistematica della magistratura combattente ma assai poco risolutive della crisi italiana.

L’unica via ancora percorribile tende a destra
Prima di arrendersi alla disgregazione prossima e ventura, andrebbe tentata qualche mossa più o meno disperata. E l’unico versante sulla quale provarla è quello di destra, cioè quello meno dipendente sia dalle influenze straniere sia dal giogo della magistratura combattente. Il problema però è andare oltre alla trincea definita da Silvio Berlusconi, segnata da istinti difensivi verso la giustizia politicizzata e più in generale verso la prepotenza innanzitutto fiscale dello Stato, ma ben poco elaborata culturalmente. L’operazione da fare è quella di assumere l’eredità positiva del governo Letta in tema di riforme istituzionali, allargando confini e visione di una coalizione che corra per governare.

Ai ceti medi e popolari che chiedono tregua fiscale, paventano uno Stato (innanzitutto in toga) arrogante, bisogna per “vincere” aggiungere segmenti decisivi di società consapevoli della qualità istituzionale di cui c’è bisogno per “restare” in Europa. Vi è una semplificazione non convincente nell’idea berlusconiana di non aver potuto realizzare i propri programmi perché i suoi alleati gliel’hanno impedito: dei programmi fanno parte integrante le alleanze e se uno le sbaglia poi non può dar la colpa agli altri.

Agli errori del passato forse oggi si può rimediare aiutando la formazione di un alleato che integrandosi col programma sociale berlusconiano di limitazione dello Stato porti in dote cultura, idee e personalità in grado anche di perseguire riforme istituzionali complesse come quelle impostate dal governo Letta.