Google, Apple, Facebook e Amazon fatturano milioni ma versano nocciole. L’Inghilterra corre ai ripari

Il fisco britannico sotto accusa cerca alleati in Europa per tassare i big Usa dell’Information technology. E cerca un’alleanza con la Germania

Il fisco britannico, alla berlina in patria, corre ai ripari in Europa, cercando l’alleanza della Germania. Questo perché l’erario di Londra da solo non ha la forza per esigere il pagamento delle tasse da parte delle multinazionali a stelle e strisce e dei colossi dell’information technology che hanno domicilio fiscale in Irlanda o in paradisi come l’Olanda, le Cayman o il Lussemburgo ma che fatturano fior fior di milioni sul suolo di sua maestà la regina Elisabetta, versando solo gli spiccioli nei forzieri del Regno Unito. Ed è per questo motivo che al G20 di Città del Messico appena conclusosi George Osborne, il cancelliere dello scacchiere, ha raggiunto un’intesa di massima (per ora solo a parole) con Wolfgang Schauble, il ministro federale delle finanze tedesche, al fine di promuovere un’azione comune contro l’elusione fiscale di stampo internazionale. Anche le finanze della Germania di Frau Merkel, infatti, piangono le palanche che potrebbero provenire dalla mancata riscossione delle imposte di società del calibro di Google, Apple, Facebook o Starbucks. Che non sono certamente pesciolini, anzi, veri e propri pesci grossi che per ora riescono ancora a scappare dalle reti del fisco britannico e non solo.

COME AI TEMPI DI ROBIN HOOD. Monta da qualche mese a questa parte il malcontento tra i sudditi della regina. Anche perché, in un periodo di forte crisi come l’attuale, alla gente comune risulta sempre più difficile sopportare le sperequazioni del fisco per cui gli esattori, novelli sceriffi di Nottingham, esigono da chiunque fino all’ultimo spicciolo dovuto, mentre chiudono un occhio, e a volte anche due, nei confronti dei grandi contribuenti. Proprio in questi giorni, la commissione bilancio del Parlamento, capitanata dalla Mp laburista Margaret Hodge, ha convocato a Westminster Lin Homer, il numero uno dell’Hmrc (Her Majesty’s Revenue and Customs), l’Agenzia delle entrate di sua maestà la regina. Ma la Homer, chiamata a rispondere dell’incapacità di esigere un adeguato tributo da parte delle multinazionali, non ha avuto problemi a spiegare che, semplicemente ,«noi esigiamo le imposte che ci sono dovute». Tutto qui. Anche perché i comportamenti di Apple, Google e le altre sembrerebbero essere pienamente leciti. I sistemi cosiddetti “doppio irlandese” e “panino olandese”, finalizzati all’elusione fiscale, infatti, sono già noti da tempo.

QUALCHE NUMERO. Nel 2010 Google ha versato al fisco londinese appena 238 mila sterline, a fronte di un giro d’affari di 175 milioni di pound. Amazon ha invece girato alla Corona britannica un assegno da 517 mila sterline su 147 milioni di porfitti. Stessa storia per Facebook e Apple: mentre la società di Mark Zuckerberg ha pagato 396 mila sterline su 15,2 milioni di fatturato, Apple ne ha versati qualcosa di più (6 milioni) ma sempre a fronte di un fatturato stellare che sfiora i 69 milioni. Ebay, invece, ha versato 1,2 milioni a fronte di un giro d’affari di 800 milioni. Starbucks nel 2011 nel Regno Unito ha fatturato 398 milioni di sterline e 735 caffetterie non ha versato nemmeno una sterlina. A dicembre 2011, invece, erano stati Goldman Sachs e Vodafone a finire sotto la lente della commissione bilancio della Hodge.

QUALCOSA SI MUOVE. Dopo il G20 di Città del Messico, sembra che le basi per svolgere un lavoro comune sulle modalità di tassazione per la multinazionali e le imprese globali ci siano. «Auspichiamo livelli di tassazione competitivi che possano testimoniare l’apertura della Gran Bretagna nei confronti delle imprese globali, che siano in grado di attrarre gli investimenti e di portare posti di lavoro nel nostro paese; ma vogliamo anche che le aziende straniere paghino le tasse». È questo il commento con cui Osborne ha salutato ieri l’annuncio dell’intesa preliminare sull’elusione fiscale raggiunta con la Germania e Schauble. «Il modo migliore per ottenere questi risultati è quello di perseguirli attraverso l’azione internazionale che garantisce standard veri, senza che si corra il rischio di collocarci fuori dal mercato globale con le nostre stesse mani». E i primi segnali della comunità internazionale sono attesi per il prossimo 16 novembre quando l’Oecd dovrà presentare le sue proposte in merito elaborate dalla sua commissione per gli affari fiscali.