Gli allarmi per l’influenza suina? Erano volutamente “gonfiati”

Una ricerca britannica svela come molti degli scienziati interpellati dai giornali fossero legati a compagnie farmaceutiche e avessero ingigantito i pericoli che arrivavano dal Messico

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Ricordate l’influenza suina che nel 2009 dal Messico rischiava di diffondersi in tutto il mondo accompagnata dagli allerta di ministeri della salute e dell’Organizzazione della Sanità? Si parlava addirittura di pandemia. A quattro anni di distanza, uno studio inglese cerca di spiegare cosa innescò quella fobia e denuncia il conflitto di interessi che ci fu tra alcune aziende farmaceutiche e molti scienziati che, all’epoca, alimentarono gli allarmi. Furono proprio queste voci quelle più propense a parlare sui giornali e alle tv di rischi connessi alla diffusione del virus A-H1N1.

L’ALLARMISMO DEI GIORNALI. La ricerca è stata condotta dalla London School of Hygene and Tropical Medicine, ed è stata recentemente pubblicata dal Journal of Epidemiology and Community Health,  convalidando quei sospetti che, in questi anni, tanto nel campo medico quanto in quello giornalistico, si erano creati attorno all’influenza suina. Perché se non c’erano stati dubbi sulla serietà della minaccia che questa costituiva, con centinaia di morti e tantissimi contagi, più di una perplessità si aveva avuta sull’allarmismo con cui si parlava della rapidità e della capillarità con cui con cui il virus si sarebbe diffuso: una persona su cinque, si diceva, sarebbe stata contagiata dall’influenza suina, che dall’America sarebbe passato in fretta in Europa.

ANALIZZATI BEN 425 ARTICOLI. Le ricerca si è focalizzata sulla Gran Bretagna, dove il governo ha speso quasi un miliardo di sterline in vaccini e farmaci, portando ad un guadagno tra i 4,5 e i 6,5 miliardi alle case farmaceutiche. Gli studiosi hanno guardato i quattro mesi in cui più si parlava del virus e durante i quali sono state prese le decisioni più influenti in termini di politiche sanitarie, andando a studiare il comportamento dei media di fronte all’epidemia. Ben 425 articoli di giornale sono stati scandagliati, cercando di risalire alle fonti da cui avrebbero attinto. Risultato? Più del 34 per cento delle citazioni erano da ricondurre ai ministeri della salute, e un altrettanto 30 per cento ad accademici e scienziati. E a guardare i nomi citati, ben un terzo di questi si è scoperto appunto essere legato ad aziende farmaceutiche, con ruoli di consulenza o ricerca. A sostegno delle loro tesi, spesso, venivano riportati pareri attinti da blog o pagine dei social network, oppure da pubblicazioni vecchie di quattro anni.

VALUTAZIONI DI RISCHIO “GONFIATE”. “Gonfiate” erano anche le valutazioni di rischio portate a supporto del “rischio pandemia”: delle 74 effettuate, più del 60 per cento arrivava a conclusioni ben rovinose di quanto invece affermato dai dipartimenti della salute nelle medesime circostanze. Per non parlare poi dei costanti suggerimenti a usare vaccini o farmaci: «Lo studio offre alcune evidenze che le più alte valutazioni di pericolo e la promozione di farmaci anti-virali erano associate a interessi concorrenti tra gli accademici», ha spiegato Kate Mandeville, Clinical Research Fellow del centro di Londra e massima autrice dello studio. «Interessi diversi che non si possono conoscere hanno danneggiato la voce indipendente delle accademie di sanità pubblica. Gli accademici dovrebbero spiegare, e i giornalisti riportare i conflitti d’interesse legati alle loro interviste».

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