Giustizia e misericordia per fermare la guerra civile a Minneapolis

Di Leone Grotti
27 Gennaio 2026
Dopo l’uccisione di Alex Pretti e Renée Good da parte di agenti federali a Minneapolis, le opposte forze politiche soffiano sul fuoco. Solo l’arcivescovo della città, Bernard Hebda, invita alla pacificazione e al compromesso: «Ci vogliono ordine e compassione»
Agenti federali anti-immigrazione in azione a Minneapolis
Agenti federali anti-immigrazione in azione a Minneapolis (foto Ansa)

Minneapolis è diventata l’arena di un selvaggio scontro politico negli Stati Uniti, che ruota intorno al tema dell’immigrazione e che non può più essere derubricato a un’opposizione di diverse ideologie. Nelle ultime tre settimane, due cittadini americani sono stati uccisi nella città più grande dello Stato di Minnesota, quella che aveva già conosciuto nel 2020 l’assassinio di George Floyd e l’esplosione del movimento Black Lives Matter.

Ecco perché tutti, dai politici agli immigrati irregolari, dai comuni cittadini agli agenti delle forze dell’ordine, dovrebbero fermarsi a riflettere e «chiedersi che cosa possono fare per riportare la pace», come suggerito dall’arcivescovo di Minneapolis, monsignor Bernard Hebda.

Ma le sue parole sembrano cadere nel vuoto in un momento in cui tutti cercano solamente di soffiare sul fuoco per indirizzare a proprio vantaggio la fiamma dell’indignazione.

Le uccisioni di Pretti e Good a Minneapolis

L’uccisione dell’infermiere 37enne Alex Pretti, sabato a Minneapolis, da parte di un agente della Border Patrol, il corpo che insieme all’Ice porta avanti la crociata anti-immigrazione di Donald Trump in tutto il paese, ha avuto l’effetto in città di una tanica di benzina gettata su un incendio già dirompente.

L’omicidio di Pretti, infatti, è arrivato a poco più di due settimane da quello di Renee Nicole Good. Se il 7 gennaio la donna è stata uccisa dall’agente federale Jonathan Ross mentre cercava di allontanarsi con la sua automobile, dopo essere stata fermata nel quartiere di Powderhorn, dove l’Ice stava conducendo una retata, Pretti è stato assassinato dopo che gli agenti l’avevano già immobilizzato per impedire che l’infermiere continuasse a filmarli.

Un fotomontaggio di Alex Pretti e Renée Good, uccisi quest'anno dagli agenti dell'Ice a Minneapolis
Un fotomontaggio di Alex Pretti e Renée Good, uccisi quest’anno dagli agenti dell’Ice a Minneapolis (foto Ansa)

Lo scontro politico tra Trump e dem

Prima ancora che un’indagine ufficiale venisse condotta o che fossero almeno accertati i fatti, il principale consigliere di Trump, Stephen Miller, già definiva Pretti un «terrorista». Mentre Gregory Bovino, il capo della Border Patrol ormai noto per i suoi atteggiamenti da cowboy, ha detto che l’infermiere voleva «massacrare gli agenti di polizia». Nonostante Pretti avesse addosso una pistola, dai filmati non sembra che stesse violando la legge, molto permissiva in Minnesota, sulla detenzione di armi in pubblico.

Da quando Trump ha inviato tremila agenti federali in Minnesota, la maggioranza dei quali a Minneapolis, il governatore democratico Tim Walz e il sindaco Jacob Frey per protestare contro l’operazione anti-immigrazione hanno fatto ostruzionismo, al punto che tra gli agenti Ice e la polizia locale non c’è alcuna collaborazione.

Il governatore Walz domenica ha anche osato un accostamento azzardato, paragonando gli immigrati che hanno paura di uscire di casa a causa delle retate degli agenti Ice agli ebrei come Anna Frank che si nascondevano dai rastrellamenti dei nazisti. Anche il sindaco Frey non ha aiutato, attaccando Trump e intimando agli agenti federali di «levarsi dalle palle», così come Barack Obama, invitando gli abitanti del Minnesota a protestare.

Allo stesso modo, Trump minimizza la morte di Pretti e Good, focalizzando l’attenzione su tutti i criminali arrestati dall’Ice e attaccando Walz, scelto dalla candidata democratica alle ultime presidenziali Kamala Harris come vicepresidente, per ragioni apparentemente politiche. Quest’anno, infatti, si terranno le elezioni in Minnesota, il democratico non si ricandiderà e il presidente americano sta facendo di tutto per far passare lo stato da blu a rosso.

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In mezzo a un clima da guerra civile, diretta conseguenza di uno scontro politico senza esclusione di colpi, dove non c’è pietà per nessuno (né per gli immigrati, né per i cittadini rimasti uccisi solo perché protestavano contro le retate, né per i tanti agenti federali che svolgono coscientemente il proprio lavoro), l’arcivescovo di Minneapolis, monsignor Hebda, ha cercato di portare uno sguardo diverso.

Lo ha fatto con due interventi. Nel secondo, dopo la morte di Pretti, invitando tutta la città a pregare per lui, ha dichiarato:

«La perdita di un’altra vita nel mezzo delle tensioni che hanno attanagliato il Minnesota dovrebbe spingerci tutti a chiederci cosa possiamo fare per ripristinare la pace del Signore. Mentre giustamente abbiamo sete della giustizia di Dio e fame della sua pace, questa non sarà raggiunta finché non saremo in grado di liberare i nostri cuori dall’odio e dai pregiudizi che ci impediscono di vederci come fratelli e sorelle creati a immagine e somiglianza di Dio. Questo vale tanto per i nostri vicini senza documenti quanto per i nostri rappresentanti eletti e per gli uomini e le donne che hanno la poco invidiabile responsabilità di far rispettare le nostre leggi. Hanno bisogno tutti delle nostre umili preghiere».

Stato di diritto e misericordia

In una precedente riflessione, pubblicata dal Wall Street Journal, l’arcivescovo invocava una riforma dell’immigrazione, sottolineando che «il paese è stato mal servito da chi ha spalancato le frontiere», perché «l’afflusso massiccio di migranti ha travolto le comunità locali, eroso la fiducia pubblica e indebolito lo stato di diritto», e che «la compassione separata dall’ordine non è vera compassione: è negligenza». Allo stesso tempo, ha ricordato che «è sbagliato prendersela con gli immigrati irregolari in quanto tali», perché «una giustizia autentica richiede sia lo stato di diritto sia la misericordia, sia la responsabilità sia l’accoglienza».

Infatti, se «è giusto riconoscere l’impegno degli agenti dell’Ice quando svolgono la loro missione di individuare e trattenere criminali pericolosi entrati illegalmente nel paese», perché «l’allontanamento di persone pericolose serve il bene comune» e «proteggere gli innocenti è un obbligo morale», bisogna anche ammettere che «l’attuale situazione è insostenibile».

Non solo i criminali, «anche gli immigrati rispettosi della legge vivono nel timore che qualsiasi contatto con le autorità possa separare genitori e figli o vanificare anni di lavoro onesto». Ecco perché «è necessaria una soluzione complessiva e di lungo periodo che rifletta la realtà più che l’ideologia. Questa soluzione deve includere il riconoscimento di uno status legale per coloro che hanno messo radici, contribuito alle loro comunità e vissuto qui per anni. Una soluzione praticabile deve anche riconoscere che alcune persone verranno rimpatriate. La misericordia non annulla le conseguenze, e la compassione non significa frontiere spalancate».

Protesta a Minneapolis dopo l'uccisione di Alex Pretti da parte di agenti federali
Protesta a Minneapolis dopo l’uccisione di Alex Pretti da parte di agenti federali durante una retata anti-immigrazione (foto Ansa)

Il «costo umano» della mancata riforma

L’arcivescovo di Minneapolis ricorda infine che «come pastore» vede «il costo umano su tutti i fronti» della mancata riforma dell’immigrazione e dell’attuale crociata di Trump.

«Accompagno parrocchiani immigrati che hanno paura di portare i figli a scuola o di fare la spesa, indipendentemente dal loro status legale. E servo anche coloro che si sentono abbandonati da leader che sembrano più interessati alla propaganda politica che a proteggere le loro comunità. La Chiesa non può scegliere un gregge a scapito di un altro. Neppure la nazione dovrebbe farlo».

Gli Stati Uniti avrebbero bisogno di «coraggio e umiltà» per raggiungere un «compromesso» su un tema spinoso che sta molto a cuore alla popolazione americana. Ma né i repubblicani dominati da Trump né i democratici, sempre alla ricerca di nuovi idoli ultraprogressisti per galvanizzare i media e la base barricadiera, sembrano in grado di lavorare a un’intesa che servirebbe il bene dell’America.

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