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Un giudizio comunionale alla ricerca della verità nella confusione del mondo

Di Giancarlo Cesana
29 Novembre 2025
Se giudicare ha una pretesa di verità, non essendo noi la verità dobbiamo cercarla per poter partecipare ad essa, che è in noi come tensione, ma fuori di noi come compimento
Manifestazione pro Pal e per la Sumud Flotilla a Roma, 1 ottobre 2025
Manifestazione pro Pal e per la Sumud Flotilla a Roma, 1 ottobre 2025 (foto Ansa)

 Nella tradizionale giornata di inizio anno di Comunione e Liberazione, il presidente della Fraternità Davide Prosperi si è soffermato sulla necessità di un giudizio comunionale, possibilmente unitario, sugli avvenimenti della vita e della società. Il richiamo ha giustamente suscitato grande attenzione, data la fatica di essere insieme ad affrontare quel che succede, per esempio le recenti manifestazioni pro Palestina con il loro contorno di disordini e violenze.

Come è noto, la valutazione che va per la maggiore è che i violenti siano stati una minoranza a fronte di molti che hanno pacificamente manifestato la loro indignazione per le esagerazioni israeliane, vendicative del pogrom del 7 ottobre del 2023. Contro il massacro di 1.200 ebrei e 250 rapiti come ostaggi, dei quali una cinquantina uccisi tra inenarrabili sofferenze, Israele ha scatenato una guerra con bombardamenti che, secondo le cifre fornite da Hamas, avrebbe prodotto oltre sessantamila vittime soprattutto tra la popolazione civile. Le foto mostrano una Gaza distrutta. Nel conflitto Israele dichiara di avere perso poco più di mille soldati.

Il conflitto come regola

Il giudizio è più di una opinione, di solito relativa e variabile a seconda dell’interlocutore e delle circostanze. Il giudizio ha una pretesa di verità, ovvero di definire le cose come stanno e chi ha ragione e torto. Gesù, nel Vangelo, è molto severo in proposito, Mt 7,1: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Tutte le volte che si parla di giudizio penso sempre a questo passo. Gesù mette in guardia dalla presunzione di verità, dal mettersi al posto di Dio e in particolare dallo sbattere l’altro, non d’accordo con noi, all’inferno. D’altra parte il Vangelo è pieno di giudizi. È un continuo invito a riconoscere e seguire la verità, a prendere posizione discernendo il bene dal male. Su questo alla fine ci sarà un giudizio, che potrebbe essere terribile per tutti noi, se saremo stati malvolenti e superficiali.

Quindi il Signore non ci dice di non giudicare ma di essere prudenti e umili nel farlo, cioè di non metterci al posto di Dio, come se la verità fosse un nostro possesso, ma di seguirla e servirla sempre con amore al prossimo. D’altra parte noi siamo pieni di giudizi e anche di pregiudizi, convinzioni che sosteniamo a spada tratta. Il mondo è pieno di litigi e guerre, in cui si rischia la vita e la si toglie agli altri, al fine di sostenere la propria causa. Addirittura sembrerebbe che i conflitti siano la regola e non l’eccezione; che la concordia e la pace siano l’eccezione.

Un umile e fermo appello alla libertà

Di fatto è impossibile non giudicare perché abbiamo bisogno come l’aria di verità, di certezza sulla vita. Se non siamo certi, siamo esitanti, a volte paralizzati o assenti. Così trasformiamo la nostra opinione in una ostinata e non raramente arbitraria difesa di quello che pensiamo. È qui l’origine più frequente della infelicità nostra e altrui. Ma se giudicare ha una pretesa di verità, non essendo noi la verità dobbiamo cercarla per poter partecipare ad essa, che è in noi come tensione, ma fuori di noi come compimento. Non è altro che questo il senso dei nostri desideri e soprattutto limiti, di cui la morte è il più radicale.

La pretesa cristiana è che la verità è una persona: Cristo, che con la sua resurrezione ha vinto la morte ed è misteriosamente presente nell’unità di quelli che lo seguono. La verità non è semplicemente l’esito di uno studio; per sperimentarla è necessario un luogo, un ambito di comunione che ci sostiene con la forza della sua proposta insieme affascinante e correttiva. La prima correzione è quella dell’opinione, della mentalità che inevitabilmente risente della pressione del pensiero dominante con i suoi miti di indipendenza e di successo, i quali ci mettono insensibilmente gli uni contro gli altri.

La verità di Cristo è il contrario, è amore, lotta all’ambizione e all’orgoglio, innanzitutto il proprio. Così il giudizio diventa umile e fermo appello alla libertà, perché la libertà è evocata dalla verità e uccisa dalla menzogna. Il giudizio è critico, che non vuol dire solo teso a rilevare ciò che non va nelle persone e nelle cose – questo lo sanno fare tutti –, ma capace di vedere e valorizzare quello che va in mezzo a quello che non va, in particolare ciò che costruisce amicizia e pace.

Don Luigi Giussani, interpellato sui fattori fondanti del movimento di Cl, rispose che erano tre: la centralità di Cristo come salvezza e senso della vita; la comunione come ambito in cui il mistero di Cristo è incontrato e sperimentato; la presenza nell’ambiente – scuola, università, lavoro, quartiere – dove la consapevolezza cristiana è messa alla prova e spesso avversata dal pensiero prevalente. Questo ultimo impegno è quello che verifica e fa crescere la convinzione, correggendo gli errori propri e altrui, confermando la fede e la bontà della strada intrapresa. 

In particolare don Giussani ha “inventato” uno strumento formidabile a sostegno della presenza: la scuola di comunità, ovvero la riflessione sistematica e confrontata sui contenuti dottrinali ed esistenziali dell’esperienza cristiana. Tale strumento è decisivo per il lavoro di approssimazione al vero su tutto ciò che interessa la persona e la società.

Il caso delle manifestazioni pro Pal

Veniamo allora, per esempio, alle manifestazioni pro Pal citate all’inizio. Ci siamo confrontati sulle nostre valutazioni. Abbiamo ammesso la buona intenzione della maggioranza di coloro che sono andati in piazza mossi dalla tragedia del popolo palestinese. Abbiamo rilevato anche che la buona intenzione era confusa, non chiara negli obiettivi (gli israeliani, il governo italiano, Trump e perché non Hamas?) e quindi facilmente strumentalizzabile da un punto di vista ideologico e politico, come è successo e continua a succedere, quasi sempre con violenza.

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Le nostre manifestazioni sono e debbono sempre più essere altre: la preghiera comune (il rosario indetto dal Papa e i numerosi rosari nelle parrocchie), le assemblee altrettanto numerose per comprendere cosa succede nel Medio Oriente e non solo. Queste sono manifestazioni pubbliche, cui tutti possono partecipare, come concreto contributo alla pace perché mettono in pace, raddrizzando il nostro cuore e le nostre responsabilità. Vedere il volantino di Cl e provare per credere.

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