Giannino: «In pochi anni la Germania ha creato 2,5 milioni di posti di lavoro. Copiamo?»

Nella sua trasmissione Nove in punto, la versione di Oscar su Radio24, Oscar Giannino, indagando quale riforma del lavoro l’Italia potrebbe adottare, spiega quella tedesca di Peter Hartz, che con quattro modifiche ha creato 2,5 milioni di posti di lavoro. Il ministro Fornero potrebbero ricavarne ottimi spunti.

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Oscar Giannino – nella sua trasmissione Nove in punto, la versione di Oscar su Radio24 – ha toccato un argomento spinoso. La puntata si intitola “Quale riforma per il lavoro” e la domanda di partenza è: «Cosa dobbiamo importare dalle profonde riforme che la Germania ha varato nei primi anni del 2000 per far fronte alla crescente disoccupazione?».

Durante il governo del cancelliere socialdemocratico Schröder, la Germania vantava il “record” storico di disoccupazione: il 10,4 per cento dei tedeschi non aveva lavoro. Attraverso una politica leggera di tagli sulle tassazioni delle aziende, si è riusciti a rimettere in moto un’economia che versava in una situazione di stallo. Il merito va a Peter Hartz, ex capo del personale della Volkswagen, che tra il 2002 e il 2003 ha rivoluzionato il mercato del lavoro attraverso quattro modifiche che l’Italia potrebbe considerare.

Innanzitutto, una diversa pratica dei licenziamenti. Ai dipendenti dell’azienda in procinto di allontanarsi si offriva una opzione: rinunciare alla tutela legale prevista dalla legge in cambio di un indennizzo pari a mezza mensilità per ogni anno di anzianità. Questo permetteva un veloce ricambio di mercato senza arenarsi nella burocrazia. In secondo luogo, in Germania si riformò l’impianto della cassa integrazione: durava al massimo 6 mesi. All’azienda si dava un intervallo limitato per valutare l’effettivo assorbimento o meno della manodopera cassaintegrata. Questo permetteva alle società di ristrutturarsi velocemente. In Italia, la cassa integrazione ha invece tempi lunghissimi.

Da qui, ne derivava una nuova concezione del lavoro precario. In particolare quei lavori che richiedono basse qualifiche. In Germania si sono abbassati i contributi, innalzando la quota di salario non soggetta ad alcuna imposizione fiscale. Riducendo le aliquote contributive, si incentivava l’occupazione e la creazione di mini imprese che offrivano mansioni non complesse. Ad esse, si manteneva un’aliquota standard pari al 10% per un guadagno sino a 25.000 euro l’anno. Infine, l’ultimo punto del piano Hartz separava nettamente il sussidio di disoccupazione – su modello assicurativo-contributivo a carico delle imprese – dall’integrazione del minimo sociale. Il primo è ridotto da 32 a 12 mesi al 60% del salario. Inoltre, è obbligatorio accettare le proposte inviate dai centri di collocamento. Il sussidio di disoccupazione non è più cumulabile con il sussidio sociale, che viene riservato agli inabili al lavoro. A quest’ultimi sono affidate mansioni socialmente utili, per poche ore al giorno e con una retribuzione risibile.

Le riforme varate da Schröder hanno portato la nazione di Angela Merkel a un record d’occupazione insperato: il 5,5 per cento di popolazione disoccupata, per un totale di 2,5 milioni di posti creati. Forse il ministro del Welfare Elsa Fornero potrebbe prenderle a modello per una riforma dell’articolo 18. Certo, bisognerebbe abbattere alcuni dei tabù ancestrali che ancora vivono in Italia. Ma a mali estremi, estremi rimedi.

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