Mai con uno sconosciuto, tranne che per farci un figlio

Un reality accoppia donne e uomini inglesi che non si conoscono per fare bambini. Ma la realtà è molto più assurda, si chiama co-genitorialità platonica

Un neonato dorme nella culla

Venicia ha 34 anni, ha trascorso gli ultimi venti a viaggiare tra Sudafrica e Turchia, Nigel invece è un po’ più grande, divorziato, fa il musicista: chiacchierano, ridacchiano, ordinano e bevono cocktail alla luce soffusa di un locale, perché si amano, si piacciono, si vogliono conoscere? No, perché vogliono fare un figlio, farlo subito per il preciso motivo di non amarsi, piacersi e nemmeno conoscersi. Venicia e Nigel sono stati selezionati da un team di matchmakers e infilati a un tavolino dagli autori di Strangers Making Babies (sconosciuti che fanno bambini), un reality show in onda su Channel 4, emittente pubblica britannica, che accoppia estranei che vogliono figli facili come buttare giù un Martini dry.

Gli autori del programma assicurano che il format è tutt’altro che campato in aria, al contrario accende i riflettori sul fenomeno, che impazza in Inghilterra, della co-genitorialità platonica. E che accidente sarebbe la co-genitorialità platonica?

Genitori e co-genitori

Ce ne eravamo già infelicemente occupati qui: è un’evoluzione naïf e molto progressivamente aggiornata della catena di montaggio riproduttiva. Due adulti che vogliono un figlio esente – appunto – le “complicazioni” del rapporto di coppia. Niente affetto, basta il prodotto, dividendo costi e oneri: due adulti che stipulano un accordo, vanno a letto previo scambio di screening medici sulle malattie a trasmissione sessuale oppure vanno in laboratorio a fare l’inseminazione artificiale o, se soffrono di problemi di fertilità, in vitro.

Dopo di che probabilmente nasce un bambino che secondo la professoressa Susan Golombok, direttrice del Center for Family Research dell’Università di Cambridge e autrice di We Are Family (studio sui figli della fecondazione in vitro, donazione di sperma e ovuli e maternità surrogata, nonché di madri lesbiche, padri gay o single) che segue decine di famiglie di co-genitori elettivi, non avrà da soffrire dalla situazione perché «escludere il bagaglio romantico dalla relazione genitoriale può persino creare un ambiente più stabile».

«C’è tempo per l’uomo giusto»

Roba da mandare in estasi il covo di Vanity Fair che già si era occupato dei vantaggi indiscutibili della pratica, vuoi mettere il logorio di dover cercare, aspettare, l’uomo giusto, condizionare una gravidanza a carriera e situazione finanziaria per poi magari incorrere in un fallimento, una separazione, un divorzio: «Per evitare questo tipo di situazioni, rimanere amici piuttosto che essere innamorati consente alle persone che scelgono questa situazione di evitare molti dei problemi legati a una rottura. Il rispetto e il sostegno reciproco è facilitato e, di conseguenza, il benessere del bambino è più facilmente garantito».

Ma certamente: a pensarla così del resto sono circa 70 mila single del Regno Unito (ben consolidata tra le comunità gay la co-geniotialità platonica è in aumento anche tra gli eterosessuali), tutti iscritti e affidati anima e corpo all’algoritmo di siti mix and match che proclamano in home: «C’è tutto il tempo per trovare il signore o la signora giusta, ma solo un tempo limitato per trovare la mamma o il papà giusto».

Fa tutto l’algoritmo

È arrembante il professionismo patinato dei matchmaker di Channel 4 che hanno accoppiato tre uomini e tre donne sconvolte dal ticchettare dell’orologio biologico: i sei dovranno condividere un drink, un fine settimana, firmare un contratto e darsi a un tentavo di concepimento. E per rendere tutto più adulto, controllato, garantito e responsabile c’è anche l’immancabile esperto in studio, la dottoressa Marie Wren della Lister Fertility Clinic, guru della fecondazione in vitro che aiuta l’esperta di matchmaking Gillian McCallum a selezionare i partner, perché ritiene la co-genitorialità «un’opzione di gran lunga migliore» rispetto alla procreazione con la donazione di gameti, «la speranza è trasmettere al pubblico maggiore sicurezza» sulla pratica. 

Niente chiacchiere inutili, appuntamenti goffi o azzardi sotto le lenzuola, niente mesi “persi” con una persona che potrebbe non rivelarsi “pronta” per una “relazione seria”. Meglio l’algoritmo: durante il lockdown, scrive il Telegraph – i siti Coparents.co.uk o PollenTree.com (rispettivamente 120 mila e 53 mila membri) hanno segnalato traffico in aumento fino al 50 per cento. 

La queer, i gay e i gemelli

E i testimonial non mancano: l’utente del portale Modamily, Nisha Nayak, protagonista di un documentario della Bbc dedicato ai genitori platonici nel 2018, era una psicologa quarantenne che si identificava come “queer” quando è uscita a mangiare una pizza con un altro utente, Charles, infermiere omosessuale sposato con Lynn; dalla fecondazione in vitro sono nati due gemelli che i tre crescono alternandosi ogni tre giorni, vivendo a venti minuti di auto dalle rispettive abitazioni e andando d’amore e d’accordo. Ci sono anche siti ed esperti dediti ad addestrare i co-genitori platonici a gestire i conflitti e l’affidamento congiunto «in modo obiettivo e senza emozioni». What else?

Secondo Rachel Hope, autrice di Family By Choice: Platonic Partnered Parenting che ha cresciuto il suo primo figlio con un co-genitore che viveva in un appartamento del suo stesso complesso condominiale, quello che manca è «un vocabolario adatto a questi tipi di famiglie. La gente sente “marito” e pensa che sia il padre di tuo figlio quando potrebbe non essere il caso». Inoltre Hope lamenta il fatto che case e quartieri restino ancora progettati sul modello sorpassato della famiglia tradizionale, mentre «presto potremmo aver bisogno di nuovi spazi dove genitori platonici possano abitare a stretto contatto per crescere collettivamente i bambini» anche se in case ben separate.

Dividere il bambino

Mica per altro il Guardian qualche mese fa aveva dedicato spazio ai figli che oggi vivono a turno nelle case dei co-genitori che spesso poi si trovano altri partner, fanno altri figli, altre famiglie. Come Oliver e Kate, che si sono “connessi” sul sito The Stork e ora vivono a un’ora di macchina l’uno dall’altro, hanno un bambino di quattro anni, che trascorre due weekend e una notte a settimana col padre e Natale, compleanni e feste di famiglia con entrambi i genitori. «Siamo come due migliori amici», «nostro figlio non vede mamma e papà baciarsi e coccolarsi nella stessa casa, ma vede che è amato e desiderato, moltissimo, da noi due».

Due adulti che oggi hanno nuovi partner, nuova prole, ma che grazie a un punteggio pari a 93 per cento in un test di compatibilità online, per non rischiare un giorno di dividersi, hanno deciso di mettere al mondo un bambino da dividere a metà. E il dramma è che questo non è un reality-show. Ma che gioco è?