Tentar (un giudizio) non nuoce

Gaza e le nostre coscienze

Di Raffaele Cattaneo
20 Settembre 2025
La pace si costruisce con pazienza e caparbietà. È come un mosaico fatto di tessere spesso piccole, ma indispensabili.
Raid di Israele sul nord di Gaza
Raid di Israele sul nord di Gaza (foto Ansa)

La distruzione di Gaza, una città che conta circa 750 mila abitanti e che esiste da quattromila anni, non può diventare anche la distruzione delle nostre coscienze. Non possiamo accettare né giustificare questo livello di male e di disumanità, né le iperboli che lo accompagnano. Tuttavia, anche dentro uno scenario di violenza e disperazione, occorre guardare al bene che resiste e che chiede di essere sostenuto. È da qui che nasce la domanda decisiva: cosa possiamo fare noi oggi, concretamente.

Parole d’odio ed esaltazioni di violenza pronunciate da esponenti estremi, persino da membri di Governo, condizionano decisioni pubbliche e alimentano un clima in cui la dignità umana viene costantemente rimessa in discussione. Ma non esiste ragione di Stato che possa giustificare il tentativo di cancellare fisicamente l’esistenza di una comunità. Gaza è diventata nella realtà quotidiana un cimitero a cielo aperto. Persino gli interventi umanitari più basilari, cibo, medicinali, assistenza sanitaria, risultano ostacolati quando non impossibili.

Un segno dalla Lombardia

La Regione Lombardia ha deciso di rispondere con un gesto concreto. Il Consiglio regionale ha stanziato 100.000 euro per interventi umanitari in Palestina, in particolare per la Striscia di Gaza. È un contributo modesto rispetto alla portata della tragedia, ma serve a dire che non chiudiamo gli occhi. Stiamo lavorando per rendere operativo questo stanziamento, pur constatando quante poche organizzazioni internazionali siano ancora in grado di portare aiuti sul posto. Molte realtà che un tempo operavano nella Striscia oggi sono sostanzialmente messe fuori gioco. Tuttavia, alcune non si sono arrese e con loro cerchiamo di raggiungere chi è più in difficoltà.

La difficoltà non è solo nell’entrare, ma anche nel sopravvivere. Garantire cibo e medicine è diventato un ostacolo quasi insormontabile e migliaia di persone rimangono prigioniere nella Striscia. Non possono andarsene per motivi fisici, perché malati o disabili, o per ragioni economiche. Anche solo un passaggio verso sud può costare fino a 1.500 dollari, una cifra inaccessibile per famiglie che hanno perso tutto.

Mi colpisce in modo particolare la tenacia di chi resta. Le comunità cristiane a Gaza sono ormai esigue, i cristiani complessivamente meno di ottocento, i cattolici pare solo circa 135. Eppure, quella piccola presenza continua a essere segno di speranza. Ho ascoltato la testimonianza e ho potuto parlare direttamente con chi collabora con il cardinale Pizzaballa: mi raccontava la fatica e la tenacia con cui il Patriarcato Latino di Gerusalemme continua ad assistere la popolazione. Colpisce la decisione di padre Romanelli, parroco cattolico di Gaza, e del Patriarcato Ortodosso di rimanere nella Striscia. Sanno bene che ogni giorno è un rischio mortale, eppure scelgono di restare per condividere fino in fondo la sorte di chi soffre. È una testimonianza radicale di amore e vicinanza, forse che ci auguriamo non debba arrivare fino al martirio.

La sofferenza non è esclusiva di una sola parte. Anche la società israeliana paga un prezzo altissimo, la vicenda degli ostaggi e la paura quotidiana si intrecciano con la sproporzione tra il crimine del 7 ottobre 2023, che va condannato senza esitazioni, e la risposta militare che in quasi due anni ha prodotto decine di migliaia di vittime, per la maggior parte civili e moltissimi minori. Su questo punto è stato molto chiaro padre Francesco Ielpo, il nuovo custode di Terra Santa, che ho incontrato nei giorni scorsi. Mi ha raccontato la sofferenza che ha trovato non solo tra i palestinesi ma anche dentro la comunità israeliana. La guerra a oltranza che si è realizzata ha un impatto devastante anche sulla popolazione di Israele.

Pellegrinaggio in Terra Santa

Che cosa possiamo fare allora? Innanzitutto, non smettere di guardare. Non tacitare la nostra coscienza, non abituarci al dolore come fosse uno sfondo inevitabile. Dire basta con parole chiare, invocare la pace con fermezza, rifiutare ogni forma di giustificazione che spogli le persone della loro umanità.

In secondo luogo, sostenere materialmente chi è ancora in grado di portare aiuti. Bisogna rafforzare le reti di cooperazione che, spesso con risorse limitate e grande rischio personale, consentono l’ingresso di cibo, acqua e medicinali.

Servono anche gesti simbolici ma concreti. Nei prossimi giorni i Vescovi lombardi prenderanno parte a un pellegrinaggio in Terra Santa. Non è un rito vuoto. La popolazione palestinese viveva in larga misura dell’economia dei pellegrinaggi, oggi drammaticamente ridotta. Tornare in quei luoghi non è solo memoria della fede, è un atto di sostegno economico e umano. È un modo per testimoniare che la comunità internazionale non abbandona chi è ferito. Andiamoci anche noi.

Guardare, parlare, agire

La pace si costruisce con pazienza e caparbietà. È come un mosaico fatto di tessere spesso piccole, ma indispensabili. Accendere una fiammella fa la differenza, perché significa scegliere di illuminare la notte invece di limitarsi a maledire l’oscurità. Ogni gesto, anche piccolo, diventa parte di un disegno più grande. Una comunità che sostiene chi soffre, un pellegrino che decide di non cancellare il suo viaggio, un’istituzione che trova il coraggio di stanziare fondi, un cittadino che non si rassegna. Sono tessere di un mosaico che forse oggi appare incompiuto, ma che è l’unico modo per costruire pace.

Non possiamo delegare soltanto agli altri la responsabilità morale di reagire. Conservare la capacità di guardare, parlare e agire è il minimo che la storia ci chiede oggi.

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