Francia, la scrittura inclusiva à la page discrimina i bimbi in difficoltà

«Incomprensibile, illeggibile, impronunciabile e difficile da insegnare» la neolingua dell’uguaglianza imposta da insegnanti militanti ammutolisce dislessici e ragazzini con handicap cognitivi, uditivi o visivi

I dinamitardi ortografici si agitano, il ministro dell’istruzione francese Jean-Michel Blanquer è tornato a ribadire cosa pensa della scrittura inclusiva a scuola, «la lingua francese non può essere schiacciata», se declinare al femminile mestieri e funzioni può sembrare «progresso», «infilare dei puntini in mezzo alle parole è un ostacolo alla trasmissione del nostro linguaggio per tutti, ad esempio per gli studenti dislessici».

«Siamo fierissim·e·i»

«Siamo fierissim·e·i di aver pubblicato il primo manuale scolastico con scrittura inclusiva!», twittava quattro anni fa la casa editrice Hater, la prima ad adottare le regole grafiche e sintattiche raccomandate dall’Alto consiglio per l’uguaglianza (Hce) e dal ministero dell’Uguaglianza tra uomini e donne del governo francese di Emmanuel Macron, grazie alle quali gli studenti francesi hanno iniziato a imparare la storia così: «Grazie agli agricoltor·e·i e agli artigian·e·i e ai commerciant·e·i la Gallia era un paese ricco».

E oggi come all’epoca, auspicando l’applicazione anche in campo pedagogico della circolare con cui l’ex primo ministro Edouard Philippe aveva a suo tempo bandito l’uso del “punto mediano” dai testi ufficiali, Blanquer è tornato a ribadire la necessità di tornare alle «basi del vocabolario e della grammatica», senza aggiungere con l’écriture inclusive «una complessità che non è necessaria». E che esclude più di quanto si picca di includere. I disabili, per esmpio.

Dislessici crivellati dai puntini

Un mese fa Sophie Audugé, portavoce di SOS Education, che con la sua petizione “No alla scrittura inclusiva” indirizzata al ministro ha raccolto più di 50.000 firme, avvisava «la scrittura inclusiva minaccia l’istruzione scolastica dei nostri figli, quando molti hanno già grandi difficoltà a padroneggiare la grammatica e l’ortografia». E non a caso: il riferimento è soprattutto al popolo di bambini che soffrono di handicap cognitivo, uditivo o visivo, invisibili ai supporter della grammatica militante convinti di riconvertire la lingua francese in un idioma crivellato da puntini a beneficio di donne, gay e minoranze sessuali.

Secondo molti linguisti per assicurare uguale “visibilità” a uomo, donna, gender (contrariamente alla ben nota regola del maschile che prevale sul femminile) si finisce per ammutolire chi soffre di apprendimento, introducendo dissonanze e decodifiche in una lingua strutturata e immediatamente intellegibile ai più piccoli: perché sottoporre i bambini a una perdita di tempo modificando il loro modo di «sentire, vedere e comprendere del mondo che li circonda»?

L’inclusione che esclude i disabili

Già nel 2017 l’Académie française dichiarava che «la moltiplicazione dei segni ortografici e sintattici che la scrittura inclusiva induce si traduce in un linguaggio disunito, disparato nella sua espressione, creando una confusione che rasenta l’illeggibilità. È difficile comprendere quale sia il suo obiettivo e come potrebbe superare gli ostacoli pratici della scrittura, della lettura – visiva o ad alta voce – e della pronuncia. Ciò aumenterebbe il carico degli educatori. Ciò complicherebbe ulteriormente quello dei lettori».

Chi soffre di dislessia, disgrafia, disortografia o altri disturbi specifici in altre parole è condannato a una profonda disuguaglianza, immaginando le difficoltà significative a cui andranno incontro in tema di istruzione, accesso al lavoro o crescita professionale. E gli stranieri? Non solo, le ultime indagini attestano che nel 2020 quasi uno studente su due all’accesso della prima media non presentava sufficiente capacità di lettura del francese.

«Illeggibile, impronunciabile!»

In Francia, dal 4 al 5 per cento degli studenti della stessa fascia di età è dislessico, il 3 per cento è disprassico e il 2 per cento è disfasico. I dispositivi di lettura usati dai ciechi non sono attrezzati alla scrittura inclusiva. In che modo l’egualitarismo imposto da una volontà di Stato può pensare di escluderli, hanno obiettato molti linguisti e parlamentari, ben sapendo che ogni scuola e azienda è già stata invitata a “superare la comunicazione degli stereotipi di genere”, tutt’al più ad “adeguare i software del Braille”?

«Cher.e.s étudiant.e.s, vous êtes convoqué.e.s pour venir rencontrer vos interlocuteur.trice.s pour l’année», “cari student.e.i. siete invitat.e.i a conoscere i vostri interlocut.rici.i dell’anno”: scrive il Figaro che nelle università francesi, gli studenti ricevono questo tipo di e-mail ogni giorno, «non ce ne accorgiamo nemmeno più», racconta uno studente di giurisprudenza a Nanterre, «sindacati e organizzazioni studentesche usano quasi sempre la scrittura inclusiva». «Un deplorevole errore», lo definisce il celebre linguista francese, professore emerito all’Università di Parigi, Bernard Cerquiglini firmando un intervento incendiario su Le Monde per spiegare non solo che la scrittura inclusiva non corrisponde a una femminilizzazione della lingua francese, ma che il suo uso e la sua estensione promettono di rivelarsi socialmente esclusivi, con quel genere tipografico tutto parentesi, punti mediani, «incomprensibile, illeggibile, impronunciabile e difficile da insegnare».

L’ossessione del prof inclusivo

«Questo nuovo capriccio del tempo presente in un contesto di stupida e cattiva militanza potrebbe farci sorridere se non avesse fatto un clamoroso ingresso nei nostri servizi pubblici, e più in particolare nella scuola della Repubblica. In effetti, molti insegnanti, che sembrano confondere convinzioni personali, libertà pedagogica e neutralità del servizio pubblico, non esitano a usarlo», ha scritto al Figaro Kevin Bossuet, professore di storia e geografia in una scuola della periferia parigina.

Nonostante le condanne del ministro Blanquer e la presentazione di disegni di legge (l’ultimo appena presentato dal deputato del partito di maggioranza François Jolivet) per vietare la scrittura inclusiva nel servizio pubblico, è infatti dal 2017, denuncia il professore, che il suo utilizzo a scuola è diventato pratica quotidiana per molti colleghi convinti di dover fare ogni giorno «un piccolo passo inclusivo» e che «la decostruzione può essere fatta a qualsiasi età», «Non c’è età in cui realizzare la sfida principale della nostra generazione e delle generazioni future, l’uguaglianza». Tutto ciò, scrive Bossuet, «è semplicemente criminale per gli studenti, in particolare per quelli in difficoltà».

Classi come laboratori progressisti

Bossuet riporta esempi di letture sminuzzate, ragazzi in crisi alla lavagna, incoraggiati a combinare segni grammaticali di ogni genere e implementare l’utilizzo di termini gender neutral, classi trasformate in laboratori ideologici dei progressisti, convinti di poter combattere una battaglia elitaria sulla pelle dei ragazzini: «La verità è che la scrittura inclusiva, che ha come obiettivo primario la lotta contro l’invisibilità delle donne, non ha nulla a che fare con la scuola della Repubblica. È un puro e semplice atto militante degli adulti che i bambini e gli adolescenti non devono subire».

Foto Ansa