Tutto può e deve essere pubblico in Francia, tranne un dato: quello sull’aborto

Il governo di Macron ha proposto di cancellare la legge che obbliga lo Stato a diffondere ogni anno i dati sull’interruzione di gravidanza. Liberalizzare e banalizzare l’aborto non basta più: il nuovo obiettivo è l’oblio

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Poche cose sono ritenute importanti nel XXI secolo quanto la trasparenza. L’Onu a New York lavora nel Palazzo di vetro, i parlamentari devono pubblicare online i loro redditi, i budget delle aziende devono essere pubblici, i giornali informano in tempo reale i lettori se quello che dicono i politici è vero o meno, il fact-checking è un dogma, le decisioni sulle sorti del mondo vengono prese in diretta Facebook, la riservatezza è sinonimo di colpa, lo sputtanamento con telecamera nascosta un merito, ogni buco della serratura è riempito da un occhio che scruta, le statistiche imperano e ce n’è per tutti i gusti. Conosciamo i dati sui femminicidi, sugli incidenti, sul numero di cani abbandonati ogni anno in autostrada in estate, sul Pil mondiale, sul debito, sulla popolazione, sui gusti della gente in tema di vacanze, sul consumo di suolo, su quanti orsi polari sono rimasti nel mare glaciale artico e chi più ne ha più ne metta.

NIENTE PIÙ DATI SULL’ABORTO

Sappiamo tutto, insomma, perché sapere è potere e il potere deve essere nelle mani del popolo e non in quelle delle élite. Bene. È davvero curioso che nel XXI secolo venga presentato un disegno di legge sulla trasformazione del sistema sanitario come quello redatto in Francia dalla squadra del ministro Agnès Buzyn. Spulciando i 23 articoli, divisi in cinque macrosezioni, ci si imbatte tra la formazione di un medico di famiglia e l’organizzazione di un reparto ospedaliero in un curioso codicillo.

L’articolo 17 del capitolo IV propone infatti di modificare il codice della sanità pubblica, abrogando il piccolo articolo L. 2212-10, il quale obbliga lo Stato a «pubblicare ogni anno i dati statistici relativi alla pratica dell’interruzione volontaria di gravidanza in Francia». Ma come? In un mondo dove tutto si misura in cifre, l’unica cosa che si vuole impedire alla gente di conoscere è il numero degli aborti? E proprio nella libera Francia repubblicana non si può sapere quante donne decidono di sopprimere un bambino?

DA «DRAMMA» A «DIRITTO»

È davvero interessante osservare il percorso sulla considerazione dell’aborto in Francia negli ultimi 43 anni. Nel 1975 l’Assemblea Nazionale depenalizzava l’interruzione di gravidanza approvando la “Loi Veil” e ascoltando questo discorso di Simone Veil (scomparsa nel 2017 e sepolta l’anno scorso al Pantheon, insieme agli altri grandi del paese transalpino): «Lo dico con tutta la mia convinzione: l’aborto deve restare un’eccezione, l’ultimo ricorso per situazioni senza speranza. Altrimenti come potremmo tollerarlo? Nessuna donna è felice di ricorrere all’aborto. È sempre un dramma e sempre resterà un dramma. Nessuno può provare soddisfazione profonda nel difendere un testo simile su questo tema: nessuno ha mai contestato che l’aborto sia un fallimento e un dramma».

Da «fallimento» e «dramma», l’aborto è diventato oggi un «diritto fondamentale delle donne», che nessuno può «intralciare» od ostacolare. Chi cerca di «dissuadere una donna dall’abortire», anche pubblicando su internet informazioni su strade alternative, può incorrere in una sanzione fino a due anni di carcere e 30 mila euro di multa. Parigi ha abolito l’obbligo di riflessione di sette giorni tra il colloquio con un medico e quello con un secondo medico perché «stigmatizza le donne che hanno già deciso». Resta invece un obbligo di riflessione di due settimane per quelle donne che vogliono rifarsi il seno.

«E INVECE SÌ, MADAME»

L’aborto è già stato depenalizzato, banalizzato e trasformato in un gesto di routine: aspirare il grasso è ritenuto più delicato che aspirare un feto. Chi si oppone può già essere multato e sanzionato. Perché ora il governo di Emmanuel Macron non vuole far sapere ai francesi che nel 2016 ci sono stati 216.061 aborti e nel 2017 altri 216.700 (più del doppio che in Italia), un po’ come il partito comunista in Cina si rifiuta di rivelare quanti studenti sono morti a Piazza Tienanmen e impedisce anche solo di parlarne? Forse perché non vuole più che si scatenino reazioni come quella di Gilbert Barbier, chirurgo e senatore, che aprì uno dei primi centri per abortire legalmente in Francia nel 1976 e che nel 2017 disse dopo aver letto le cifre sull’interruzione di gravidanza: «Sono costernato. Vorrei che diminuissero».

L’unico modo perché nessuno pensi più, anche inconsciamente o superficialmente, che quel piccolo grumo di cellule che si annida nel ventre di una donna è in realtà un bambino, un essere umano, è imporre l’oblio. E allora basta cifre, basta dati, basta statistiche. Nella speranza che tutti i francesi diventino un giorno come la giornalista del programma tv Quotidien Valentine Oberti, che scandalizzata dall’obiezione di coscienza di Bertrand de Rochambeau, presidente del sindacato nazionale dei Ginecologi, lo rimbrottò in diretta: «Ma un nascituro non è una vita in senso giuridico. Fare un aborto non è un omicidio». E si sentì rispondere dolcemente: «E invece sì, Madame».

Foto Ansa

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