«Un feto non è un bambino, l’aborto non è un omicidio». «E invece sì, Madame»

Il ginecologo Bertrand de Rochambeau difende in diretta tv l’obiezione di coscienza. La verità sull’aborto scandalizza la Francia

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Ci vogliono gli attributi in Francia per affermare pubblicamente la verità sull’aborto. Servono gli attributi per difendere il diritto all’obiezione di coscienza in un paese dove nel 2016 sono state praticate 211.900 interruzioni di gravidanza (il doppio rispetto all’Italia). Gli attributi sono necessari soprattutto se si è un medico in uno Stato dove una donna su tre ha abortito almeno una volta. E Bertrand de Rochambeau li ha.

«IL NOSTRO COMPITO». Stiamo parlando del presidente del sindacato nazionale dei Ginecologi (Syngof), le cui parole durante un’intervista al programma televisivo Quotidien hanno fatto scalpore in Francia. L’11 settembre, rispondendo alle domande della giornalista Valentine Oberti, de Rochambeau ha spiegato di essere un obiettore di coscienza perché «ora non faccio più cose in cui non credo. Il nostro compito non è rimuovere delle vite».

«E INVECE SÌ, MADAME». La giornalista, scandalizzata, ha ribattuto che «un nascituro non è una vita in senso giuridico. Fare un aborto non è un omicidio». Secca la risposta del medico: «E invece sì, Madame». Oberti l’ha incalzato spiegando che «è falso, per il codice penale non è così. Tutte le donne, e io sono una di loro, non ritengono quando hanno un embrione nel ventre di ospitare una vita». «Beh», replica il ginecologo, «questa è la sua opinione. Io, in quanto medico, non sono obbligato a pensarla come lei. E la legge protegge questa mia posizione. E anche la mia coscienza».

RABBIA FEMMINISTA. Il sorriso di de Rochambeau, mentre esponeva con calma e semplicità quella che tutti in Francia sanno essere la verità, anche se non la vogliono riconoscere, ha fatto imbestialire i giornali e le femministe. Soprattutto nel governo. Il ministro della Salute, Agnès Buzyn, e il segretario di Stato per l’uguaglianza tra uomini e donne, Marlène Schiappa, hanno subito emesso un comunicato di fuoco scritto a quattro mani: «Condanniamo fermamente le parole del presidente di Syngof e siamo determinate a proteggere dovunque il diritto all’aborto. Ogni donna deve poterlo esercitare liberamente».

OBIEZIONE DI COSCIENZA. Peccato che il presidente del sindacato nazionale dei Ginecologi non abbia mai detto di volere impedire a qualcuno di abortire, ha solo spiegato perché è diventato un obiettore di coscienza. L’obiezione, oltretutto, è un diritto garantito in Francia dall’articolo 2212-8 del codice della sanità pubblica, laddove si precisa che «un medico non è mai tenuto a praticare un’interruzione di gravidanza», così come «ostetriche, infermieri e ausiliari medici non sono tenuti a concorrere a questo atto medico».

LA PAROLA PROIBITA. Di che cosa si lamentano allora le ministre? Non si sa, anche perché nello stesso comunicato sono costrette ad ammettere che «i medici hanno effettivamente il diritto di rifiutarsi di praticare un’interruzione di gravidanza». A dare fastidio ovviamente non è la disquisizione sulla legge, forse neanche che esista ancora il diritto all’obiezione di coscienza, ma il discorso morale: che Bertrand de Rochambeau osi chiamare l’aborto «omicidio», anche se la legge lo consente, è per le femministe francesi insopportabile. Ed è tanto più inaccettabile quanto più sono perfettamente consapevoli che il ginecologo ha ragione.

CAMPAGNA DI PREVENZIONE. Ne è prova il fatto che il ministero della Salute, ironia del caso, ha appena lanciato una campagna per consigliare alle donne di non bere alcol in gravidanza. Motivazione? Può far male al bambino. Inutile sottolineare che un bicchiere di vino non può fare più danni di un aborto ma nella logica del governo francese nel primo caso si tratta di un bambino, nel secondo di un feto, che per legge non è vita. Se il coraggioso intervento del presidente del Syngof ha fatto infuriare tanto le femministe, è perché ha scoperchiato l’ipocrisia che si cela dietro alla legge Veil e al dibattito sul diritto di abortire. Bertrand de Rochambeau è come il bimbo della fiaba di Andersen, ha gridato «il re è nudo». Ma per esporsi così ci vogliono gli attributi.

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