Racconti d’arte: il “cane Lagotto” nella pittura


Amico fedele per antonomasia, il cane ha sempre avuto un legame molto forte con il proprio padrone, tanto che nel corso dei secoli molti pittori hanno realizzato ritratti di signori accompagnati dai loro fedeli compagni di caccia o di gioco. Grazie a queste testimonianze visive, oggi noi possiamo conoscere l’aspetto e l’importanza che ricoprivano i cani all’interno del ambiente familiare o di corte, e soprattutto l’evoluzione delle loro razze. Osservando i ritratti nobiliari si può comprendere facilmente che i nobili preferivano i levrieri, velocissimi cani da caccia, mentre le dame e le bambine si accompagnavano ovviamente a cani di taglia più piccola, come gli spaniel. Quest’ultima razza divenuta un vero e proprio attributo iconografico di fedeltà coniugale.

Alla luce di queste riflessioni, salta all’occhio un curioso dipinto appartenente alla Fondazione Sorgente Group di Valter e Paola Mainetti che raffigura uno dei massimi esponenti della pittura barocca italiana, il Guercino, che si fa ritrarre assieme alla madre e a un magnifico esemplare di cane dal pelo riccio e folto.

Si tratta di un Lagotto di Romagna, una razza autoctona delle zone paludose dell’entroterra compreso tra la città di Ravenna e il Delta del Po, in un territorio assai familiare al Guercino, che era originario di Cento.

Il nome Lagotto, di chiara origine dialettale (Càn Lagòt), deriva da un piccolo paese di nome Lagosanto nel cuore della Valli di Comacchio, i cui abitanti sono tuttora chiamati “Lagotti”. La sua presenza in quelle zone sembra risalire addirittura agli etruschi: raffigurazioni di un animale rassomigliante sono state individuate in alcune pitture parietali nella Necropoli di Spina.

Ritornando al dipinto, un dettaglio di assoluta importanza è costituito dal collare dell’animale: una fascia rossa sulla quale è riportato lo stemma araldico dei Farnese di Parma, decorato con bianchi gigli. Una famiglia, quella parmense, per la quale Guercino portò a compimento il ciclo di affreschi della cupola nel Duomo di Piacenza. Questo prezioso riferimento ai Fanese ci fa supporre che il cane sia stato un dono dei duchi al Guercino, come ulteriore ringraziamento per la realizzazione di quell’unica committenza. Un dettaglio che ci consente di datare il dipinto attorno al 1627, dopo il compimento del ciclo di affreschi.

Considerata l’atmosfera familiare che traspare dalla composizione e la totale assenza di elementi aulici, si può supporre che l’autore del dipinto sia da ricercarsi all’interno della cerchia ristretta dei parenti (molti dei quali erano pittori) del Guercino e in particolare nel fratello: Paolo Antonio Barbieri. L’attribuzione alla sua mano giustificherebbe lo stile un po’ acerbo dell’opera – in quel periodo avrebbe dovuto avere circa 24 anni – e altresì anche un’evidente ammirazione verso il fratello maggiore: un sentimento sincero e affettuoso che avvolge completamente la composizione e trapela al punto da coinvolgere lo stesso spettatore in questa atmosfera tenera e conviviale. Il dipinto di Fondazione Sorgente Group assume così un importante valore documentale che ci aiuta ad arricchire la nostra conoscenza della vita privata del grande maestro barocco.

Gian Maria Mairo
Curatore per la pittura
Fondazione Sorgente Group