Formigoni. Siamo solo di fronte ad una storia criminale?

L’esercizio del suo potere non è stato espressione di regime, ma frutto di una precisa opzione popolare

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Quella di Roberto Formigoni è e rimane un’esperienza di buon governo. Per quel che mi riguarda, unica in Italia. Lo ha certificato alla fine del suo lungo mandato niente meno che la Banca d’Italia, in un quaderno del giugno 2012 (L’economia della Lombardia, n. 5). E questi sono dati oggettivi, che nessuno può contestare. Nemmeno chi ha iniziato a sostenere che la sanità in questa parte si nord funziona solo perché sono bravi i medici. Vero, ma c’è un aspetto di responsabilità politica che non va cancellato o, peggio, demonizzato insieme alla condanna al carcere di chi lo ha rappresentato per quasi vent’anni.

I numeri della sanità

La stagione di buon governo di Roberto Formigoni ha garantito il contenimento del costo della sanità sul Pil regionale (il 5,4%) senza per questo sacrificare il servizio a danno dei cittadini. Tutt’altro: essa ha assicurato un numero adeguato di strutture ospedaliere per ogni milione di abitanti (13,8 contro 19,5), evitando quella frammentazione in piccoli presidi che spesso ha più ragioni di facile consenso elettorale e genera il deficit sanitario nazionale.

Nell’ultima estate da governatore di Formigoni, la Banca d’Italia certificava che la spesa sanitaria lombarda costava a residente meno che agli altri connazionali: 1.731 euro contro una media di 1.838 euro, cioè circa il 6% in meno delle regioni a statuto ordinario. La quota di spesa sanitaria coperta dagli enti convenzionati e accreditati è stata pari al 43,8%, maggiore del 7% rispetto alla media delle altre regioni. In sostanza: le strutture private accreditate, che hanno un’incidenza sostanzialmente in linea con il resto del Paese (rispettivamente pari al 19,2% e al 19,7% dei posti letto), qui contribuiscono di più.

I numeri della Corte dei conti

In quella stessa estate un altro ente indipendente, la Corte dei conti, il 26 giugno promuoveva a pieni voti il bilancio regionale e i conti della sanità lombarda. Quattro i capisaldi: il rispetto pieno del Patto di stabilità interno; una politica sugli investimenti (800 milioni solo nel 2011) finanziati attraverso il risparmio pubblico e non tramite indebitamento; una spesa farmaceutica che si assesta all’11,9% (anche qui l’indice più basso fra le regioni a statuto ordinario), a fronte di un tetto legislativo del 13,3; la chiusura dei conti sanitari con un avanzo di 22 milioni di euro, pur garantendo servizi di assoluta eccellenza. Si trattava dell’undicesimo anno consecutivo in cui i conti della sanità lombarda erano in sostanziale equilibrio. Ripeto: undicesimo anno consecutivo. 

L’unica vera “rivoluzione liberale”

Simili dati parlano di efficienza, virtuosità, sviluppo, e stridono con le parole che prevalgono in questi giorni per descrivere la Lombardia di quegli anni: corruzione, illegalità, sistema criminale. Simili risultati, incontestabili e che rimangano quale punto di paragone e contestazione, non sono certo frutto del caso o di allineamenti astrali. Sono frutto dell’unica e vera “rivoluzione liberale” che l’Italia abbia mai conosciuto. Quella rivoluzione per cui dal 1997 le aziende sanitarie locali (le vecchie Asl) e le aziende ospedaliere sono due cose distinte, perché distinti sono i ruoli di controllore e controllato, di amministratore ed ente erogatore.

Questa separazione ha messo sullo stesso piano ospedali pubblici e privati accreditati, garantendo un mix di offerta sanitaria che ha consentito di abbattere le liste d’attesa per le prestazioni urgenti ed ha sostanziato il principio della libertà di cura. Infatti, il metodo della tariffa a rimborso di prestazione, che oggi viene imitato all’estero, fa sì che le risorse seguano la scelta dei cittadini. E non costringe i cittadini a inseguire le scelte di chi li governa.

Sussidiarietà e dottrina sociale

Questa è stata ed è la Lombardia di Roberto Formigoni. Questo era e rimane un modello di buon governo per quanti ispirano la propria azione politica al principio di sussidiarietà e alla dottrina sociale della Chiesa. Si ripropone allora la domanda che sorse già con lo scandalo Lockheed per la Dc: siamo solo di fronte ad una storia criminale? Ancora oggi, per l’esperienza di governo guidata da Formigoni, vale quel che rilevò Aldo Moro nel ‘77 ai deputati:

«il quadro dell’accusa si è, non occasionalmente, ma intenzionalmente dilatato, fino a toccare, al di là degli uomini, il partito che ha guidato per 30 anni l’Italia […]. Il suo potere non è espressione di regime; non nasce dalla coercizione, ma dal consenso, dalla profonda consapevolezza, nell’opinione pubblica, d’importanti valori e modi di vita da garantire e dell’inaccettabilità di talune globali proposte alternative».

Una opzione popolare

All’amico Roberto ora vanno rivolte la solidarietà e la preghiera. Ma della sua esperienza politica non va dispersa l’eredità. L’esercizio del suo potere non nasceva dalla coercizione, ma dalla profonda consapevolezza della maggioranza dell’elettorato di importanti valori e modi di vita ancora oggi da garantire.

L’esercizio del suo potere non è stato espressione di regime, ma frutto di una precisa opzione popolare rispetto all’inaccettabilità di talune proposte alternative. Opzione che, ancora oggi, deve trovare spazio. Perché è quella di cui il Paese ha più bisogno, schiacciato com’è tra tecnocrazia laicista e improvvisazione populista, tra tentativi di commissariare la vita democratica di una nazione e il gesto delle manette ostentato in Parlamento da senatori dell’attuale maggioranza. La polarizzazione a cui ci stiamo appiattendo sta solo stritolando il meglio della tradizione di buon governo che pure abbiamo conosciuto. Grande allora è la responsabilità di chi oggi decide ancora di impegnarsi.

Foto Ansa

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