La fatica di essere Bruce Springsteen
Nel 1981, dopo l’esplosivo tour di The River, disco che conteneva canzoni così festaiole da scuotere le arene americane, Bruce Springsteen si trovava “tra il già e il non ancora”: per chi lo aveva visto dal vivo era «il futuro del rock» (così Jon Landau, allora critico musicale diventato poi più un fratello che un semplice suo manager), ma certamente non era ancora la rockstar mondiale di Born in the Usa, title track tanto possente quanto equivocata. È a quel punto che arriva Nebraska, cioè il clamoroso passo di lato, la “deviazione somma”.
Con gli occhi del mondo addosso in attesa della sua consacrazione definitiva, Springsteen ha avuto il coraggio di registrare un disco con solo chitarra e armonica, e di compiere il “sacrilegio” con un banalissimo registratore a quattro tracce nella camera da letto di casa sua. Nebraska, cupo e austero, uscì nell’82, e da allora è rimasto il suo lavoro più intimo, personale, doloroso. Per molti il più bello. Il perché di questa decisione, insieme alla “rabbia giovane” del Boss in quei mesi tempestosi, sono i temi di Springsteen – Liberami dal nulla, film scritto e diretto da Scott Cooper, con Jeremy Allen White nel ruolo del figlio prediletto d’America.
I concerti per combattere la depressione
Il film si concentra su una vicenda serissima: la prima depressione vissuta dal cantautore a inizio anni Ottanta (ne seguiranno altre) che ha letteralmente forgiato la creazione di Nebraska. Se i critici del Guardian, del Wall Street Journal, del New York Times in questi giorni si accapigliano per trovare il bandolo della matassa del biopic (si oscilla da «meglio il dylaniano A Complete Unknown» a «un film autentico fino al midollo»), almeno un elemento di giudizio risulta unanime in molte recensioni: se è vero che almeno 350 milioni di persone nel mondo sono in preda al “male oscuro”, la società ha assoluto bisogno di storie autentiche di chi lotta contro la depressione. E da alcuni anni, meritoriamente, Springsteen lo fa, arrivando a raccontare in Born to Run, la sua intrigante autobiografia uscita nel 2023, il vero motivo per cui i concerti con la sua E Street Band durano oltre le tre ore:
«Quando sono sul palco è l’unico momento in cui ho il controllo di quello che sta succedendo, delle mie emozioni, del mio stato d’animo. Durante quelle ore sono libero da me stesso, tutte le voci che affollano la mia testa fortunatamente spariscono».
Che il Boss abbia trovato nella performance e nei momenti di trascendenza collettiva un modo per superare non le tre ore sul palco, bensì le ore restanti, quelle passate da solo, lontano da stadi e chitarre, può suonare come uno shock soltanto per chi non conosce il morso feroce del “cane nero”.
Il conflitto con il padre
Ma Liberami dal nulla (traduzione italiana del titolo originale Springsteen: Deliver Me from Nowhere) non si ferma qui, e raccontando di un altro tabù, mette superbamente a fuoco anche la causa del montaliano «mal di vivere» del cantautore americano. Una causa che, come un dito nella piaga, accomuna milioni di uomini (Liberami dal nulla è fondamentalmente un film sui traumi maschili): il rapporto col proprio padre. Nel suo caso con Douglas Springsteen, anche lui in preda a una depressione che gli sarà certificata ufficialmente solo nell’87 sotto la voce “schizofrenia”.
Non è un caso che il film di Scott Cooper si apra con una scena in bianco e nero ambientata negli anni Cinquanta. La madre che accompagna il piccolo Bruce davanti al bar per fargli “recuperare” il padre, un lavoratore frustrato e molto impaziente che il figlio diventi un uomo (fortissima la scena della scazzottata tra lui e l’ottenne Bruce, che da candido allenamento domestico finisce per diventare qualcosa d’altro). «Aspettami fuori», è la secca risposta che Douglas Springsteen darà ad un figlio intento a toccargli la spalla per fargli notare la sua presenza.
Interpretato da Stephen Graham (una delle star della serie Netflix Adolescence), il padre del musicista è una figura intimidatoria, capace di violenti scoppi d’ira e di silenzi altrettanto spaventosi. Tanto che, racconterà il Boss nell’autobiografia, «l’unica cosa che volevo fare nella vita era non finire come mio padre»; irascibile, incostante, sempre amareggiato dalla perdita del lavoro e dalla passione per la musica del figlio che non riesce a comprendere e accettare. «A casa mia c’era solo una cosa più impopolare della mia chitarra: io», si legge ancora in un passaggio di Born to Run.

Quel buco nel pavimento da riparare
Un particolare può aiutare a tenere insieme il filo rosso del film, cioè il “filotto” padre-depressione-Nebraska. Nel primo trailer di Liberami dal nulla, uscito in estate, cercando di far digerire a un alto dirigente della Columbia Records l’“indigesto” eppure splendido Nebraska, un accalorato Jon Landau spiega che «quando Bruce Springsteen era piccolo c’era un buco nel pavimento della sua cameretta, e ciò che fa con questo album è riparare quel buco che ha dentro di sé». Il dialogo è stato eliminato dal montaggio finale del film, ma la battuta sul “buco” e sui fantasmi che hanno mosso il cantautore continua ad aleggiare in tutto il film.
Liberami dal nulla rimane fisso sullo Springsteen dell’81, un rocker in jeans attillati e camicia inzuppata che chiude con successo il The River Tour, ma che dentro si sente scoppiare; è irrequieto, intrappolato, creativamente bloccato. Destino vuole che la casa in affitto trovatagli dal management fosse non lontana da quella della sua infanzia, così da poterci passare davanti in macchina (nascondendosi a debita distanza) prima di tornare a casa per scrivere le impressioni di quelle visioni giovanili.
La stesura delle dieci tracce di Nebraska è un duello personale in cui Springsteen deve lottare come Giacobbe con l’angelo: il riaffiorare dello sguardo del padre, il suo rincasare malinconico, le liti con la moglie, la bottiglia di whisky. Immagini in bianco e nero, eppure vivide, perché provenienti dal vissuto suo più intimo (e irrisolto). E poi, di getto, una canzone registrata su nastro e inviata a Landau, con la condizione obbligatoria di fare arrivare nei negozi d’America quella cassetta con tutte le imperfezioni del caso. Ma anche con l’intenzione irremovibile di non pianificare alcun tour a supporto del disco, né di farlo accompagnare da note per la stampa, né tantomeno di mettere la sua faccia in copertina. Tutto quello che per lo show business è una bestemmia Bruce Springsteen l’ha preteso, perché Nebraska doveva essere la terapia.
Speranza e perdono
«Quando arrivi a una delle mie preferite in assoluto, My Father’s House», così il regista Scott Cooper in conferenza stampa, «capisci tutto quello che c’è da sapere su Bruce, sul perché scrive in quel modo, su come si esibisce e su chi è veramente, cioè un uomo che semplicemente cerca di creare una connessione col passato e di guarire». My Father’s House, la nona traccia di Nebraska, racconta del sogno (finito male) di un bambino che attraversa l’oscurità dei boschi e tra «voci spettrali e il diavolo alle calcagna» prova a raggiungere la casa di suo padre, che si gli si presenta davanti «illuminata e splendente come un faro nella notte». Anni fa, intorno a quei suoi viaggi notturni in macchina, al momento di introdurre quel brano Springsteen ricordò le parole del suo terapeuta (davanti al quale, nelle scene finali del film, il trentenne Bruce scoppierà in un pianto struggente e liberatorio):
«Mi disse che con quella canzone tentavo di tornare indietro, sapendo che era successo qualcosa di brutto. In quel modo speravo di recuperare certe cose, “girandole” per il verso giusto. Qualcosa era andato storto e io continuavo a tornare davanti alla casa di mio padre per vedere se fosse possibile risolvere il problema. Il dottore aveva visto giusto: senza rendermene conto era ciò che facevo, così di sera la mia Chevrolet era come se si recasse lì da sola».
Nel film, che si conclude all’insegna della speranza e del perdono, Springsteen farà finalmente i conti col padre. Come ricordava su Tempi Carlo Candiani con una citazione che gronda verità e che contiene il senso ultimo del film, «il rock sta tutto nel grido Daaaaaaddy! (papà). È un urlo imbarazzante. È il voler dimostrare ai propri padri che i loro figli valgono, che sono degni di attenzione».
E allora la scena più forte del film è così strana da non poter non essere vera: dopo aver aspettato il figlio in camerino a fine concerto, l’ormai anziano Douglas (morirà nel 1988 a 73 anni) con voce carica di pathos gli chiede di sedersi sulle sue ginocchia. Con tutta la delicatezza di cui è capace, Bruce gli fa notare che «ormai sono un uomo, e in più sudato», e che in realtà «non l’ho mai fatto prima, nemmeno da bambino». Ma dopo un attimo di combattuto contegno l’acclamato rocker finirà per sedersi sulle ginocchia del padre, stringendolo in un lungo abbraccio.
Proprio come Nebraska, album che a quel punto della sua vita Springsteen aveva assoluto bisogno di fare ascoltare al mondo, accogliendo “un’estetica dell’imperfezione” che accomuna disco e vita, padri e figli, salvezza e perdizione, Liberami dal nulla porta con sé una storia potente perché universale. Nonché una delicata e commovente terapia di gruppo.
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