Fare la battaglia educativa (come le guardie svizzere)

Si tratta di convincere “i nostri” a non arrendersi, ma a capovolgere la tattica: non più combattere per vincere ma per restare fedeli alla bandiera

Bambini sui banchi di scuola

Mi accorgo che il direttore di Tempi si ostina a pensare che io abbia qualche capacità di dare suggerimenti per la “battaglia” in favore della libertà di educazione, quasi fossi un graduato. Sono invece un semplice “soldato di Cristo” arruolato a sei anni nell’esercito di Papa Pacelli. Non ho fatto carriera ma mi hanno sempre affascinato le guardie svizzere: non imbracciano fucili, hanno divise sgargianti, reggono in mano un bastone, ma se non vogliono farti passare, tu non passi perché hanno giurato davanti alla bandiera del Papa e ne sono diventati difensori a costo della vita.

Tutto questo preambolo per dire che sento anch’io arrivato il momento di una “mobilitazione generale”. La suggestione mi viene da una specie di amabile tormento, nato quando Matteo Foppa Pedretti è venuto a chiedermi se lo aiutavo a capire come si possa fare una “scuola cattolica” (devo avergli detto solo che, comunque, non può trattarsi di appiccicare una etichetta). Sono andato a rileggere un editoriale di Milano Studenti del 1965 intitolato: “Non ci basta più la Libertà della Resistenza, facciamo Resistenza per la Libertà”; poi ho rigustato per la millesima volta una formula inventata da don Luigi Giussani: «Mandateci in giro nudi, ma lasciateci liberi di educare». Poi ho riletto la magistrale intervista al cardinale Camillo Ruini apparsa su Tempi del settembre 2020 che si conclude così: «Se si mettono insieme famiglia, scuola e comunità…» (si vince, dico io); infine leggo un intervento di Plinio Agostoni del 10 febbraio: «Senza autonomia e libertà di educazione, i soldi del Recovery Fund saranno buttati. Che fare? Intraprendere una riforma che mai è stata esperita… un sistema scolastico in cui lo Stato sia governatore e non gestore. Una rivoluzione. Mi piacerebbe che ci fosse un movimento corale».

Dunque una “mobilitazione generale” come una dichiarazione di guerra? Se teniamo presenti le guardie svizzere, in qualche modo diciamo di sì! Ma a chi dichiarare guerra e perché? Mettiamo pure che ci sia da fare una “indagine contro ignoti”, ma il “delitto” che la rende dovuta è chiarissimo. Si è creato un circuito infernale tra il “senza oneri per lo Stato” e la “parità”, come a dire: “su, andiamoci assieme, io vado in macchina, tu vieni a piedi”. Ci vogliono far credere che si avvicinano a un riconoscimento mentre ci stanno accompagnando al patibolo. È chiaro che un circuito infernale o lo spezzi o sei morto; come è chiaro che le “armi” devono essere le parole: ma parole come pietre, non come coriandoli.

Mi viene un dubbio: si tratta solo di circuito infernale o si deve considerare anche “lo stato d’assedio”? Agostoni ci ricorda che «il 90 per cento del sistema scolastico italiano è costituito da scuole statali». Questo significa che la battaglia sostenuta da settant’anni favorisce l’immagine di un 10 per cento arroccato e assediato senza scampo! Non sarebbe ora di domandarsi se non sia stata adottata una strategia perdente? Incredibilmente qui si affaccia il problema difficile da risolvere perché si tratta di convincere “i nostri” non a rassegnarsi o peggio ad arrendersi, ma a capovolgere la tattica: non più combattere per vincere (nel Vangelo è abbondantemente prevista la sconfitta!) ma per restare fedeli alla bandiera perché restare fedeli alla bandiera “vale di più” che rubare un po’ di territorio al nemico (rileggere attentamente la lunga intervista al cardinale Ruini).

Come si fa a resistere senza perdere il “coraggio”? Bisogna imparare a “punzecchiare” il nemico con sortite improvvise e con bersagli ben mirati (tipo guerra partigiana) ma, soprattutto, garantendosi i rifornimenti ” dall’alto”! Ci vogliamo aiutare a uscire dalle immagini?

Foto Ansa