Perché nell’Europa dei soli “diritti” la libertà religiosa è un bel problema (l’islam, per esempio)

L’identità cristiana è stata affievolita, bisogna “secolarizzare il secolarismo” perché non diventi religione. Ma come la mettiamo con i musulmani? Un articolo dell’orientalista Olivier Roy che costringe a pensare

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Questo articolo del politologo e orientalista Olivier Roy, pubblicato dalla Fondazione Oasis, sintetizza alcune delle conclusioni del progetto di ricerca “ReligioWest”, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca e realizzato presso l’Istituto Universitario Europeo

I recenti dibattiti in Europa e negli Stati Uniti intorno a questioni chiave per l’assetto della società come l’aborto o i matrimoni tra persone dello stesso sesso mostrano che, nelle società contemporanee occidentali, non esiste più una legge naturale comune a credenti e non credenti. In altre parole, e quale che sia la genealogia del secolarismo contemporaneo, il divario tra valori religiosi e secolari è divenuto tale che non esiste più un bene comune, né tantomeno un dio comune (a “common Go(o)d”). In questo contesto, si registra da più parti una diffusa preoccupazione: come conservare una certa coesione all’interno di società sempre più diversificate? Lungi dall’essere oggetto di una semplice riflessione teoretica, la questione è resa più urgente dalla crescente presenza musulmana in Europa. Ma in sé il dibattito non è limitato all’Islam. Esso riguarda il significato della religione (di ogni religione) in un’Europa secolare.

Identità cristiana vs. valori europei
Due sono le risposte avanzate abitualmente all’interno di un dibattito transnazionale che spazia dalla filosofia (Habermas, Gauchet, Taylor, Walzer, Manent, Brague…) al diritto e alla politica.
La prima insiste sull’identità europea “cristiana” o – più preferibilmente – “giudaico-cristiana”, che è opposta, più o meno esplicitamente, all’Islam. In questo tipo di discorso il riferimento a una “identità cristiana” invece che al Cristianesimo rappresenta in realtà un modo per secolarizzare quest’ultimo. Questa corrente sottolinea la nozione di “cultura dominante”, de-universalizzando il concetto di diritti umani. Il modo in cui è stato impostato il dibattito sulle radici cristiane dell’Europa è molto istruttivo al riguardo. I padri fondatori dell’Unione Europea (Robert Schuman, Jean Monnet, Alcide De Gasperi e altri), pur essendo in larga misura cristiani praticanti, non affrontarono la questione delle “radici cristiane dell’Europa”, probabilmente perché, su aspetti importanti dell’assetto sociale, si registrava all’epoca una ridotta discrepanza tra una visione religiosamente ispirata e una laica e secolare. Se cinquant’anni più tardi l’identità cristiana è diventata oggetto di discussione, questo è accaduto proprio perché il Cristianesimo come fede e pratica si è affievolito diventando spesso un marcatore culturale, e ora sempre più un marcatore neo-etnico (“veri” Europei contro “migranti”).

La seconda opzione consiste invece nel sottolineare i “valori europei” e la “identità (secolare) europea”. Inizialmente questi valori vennero concepiti come un misto di liberalismo politico, diritti umani e stato sociale, ma poiché quest’ultima dimensione è stata significativamente obliterata e la prima soffre di una disaffezione crescente, come marchio di fabbrica dell’Occidente restano ormai solo i diritti umani. Rispettarli è una condizione sine qua non per accedere all’Unione. Costituiscono l’“identità europea” e forse anche l’ideologia europea. I diritti umani furono inizialmente stabiliti in opposizione alle ideologie totalitarie, ma a partire dagli anni Ottanta sono stati invocati per “addomesticare” delle norme religiose percepite come in opposizione con essi (condizione femminile, libertà di parola vs. blasfemia etc.). Insito in questa corrente è l’appello alle tradizioni religiose perché si riformino e incidentalmente, un atteggiamento di questo tipo è implicito nel sostegno offerto dai media secolari a Papa Francesco (“Riuscirà a riformare la Chiesa?”). Esso diventa molto esplicito quando si passa a parlare di Islam. In questo appello alla riforma c’è quasi una dimensione autoritaria, al punto che quanto più l’Europa domanda alle religioni di diventare “liberali”, tanto meno rimane fedele al suo liberalismo supposto “congenito”.

Certamente, nella lista dei diritti umani rientra anche la libertà religiosa. Ma questa è definita al tempo stesso come un diritto umano e come una potenziale minaccia ai diritti umani. Come conseguenza, si osserva in Europa una tendenza discutibile a conferire dei diritti solo a quelli con cui vi è accordo sui valori. Si tendono così a escludere le comunità di fede, che per definizione non possono accettare in blocco i valori secolari. Non sembra esagerato affermare che in molti casi la libertà religiosa è in pericolo, non perché ci siano limitazioni al suo esercizio (limitazioni ce ne devono essere), ma perché il semplice fatto di praticare la religione nello spazio pubblico è sempre più visto in Europa come “stranezza” nella migliore delle ipotesi e come fanatismo nella peggiore.

Una terza opzione
Ciò che entrambi gli approcci non riescono a vedere è che nessuna società si fonda su un consenso totale di valori tra i suoi membri o, più precisamente, che il rifiuto del consenso non esclude gli individui dalla società. Nell’Europa presente esiste un diritto di rifiutare i matrimoni tra persone dello stesso sesso o di contestare le leggi sulla bioetica etc. e non è possibile ridurre le norme religiose alla sfera privata, perché questo comporterebbe di espellere la religione dalla sfera pubblica e quindi proibire le pratiche religiose.
Le norme religiose non sono negoziabili per i credenti, ma non dovrebbero essere imposte ai non-credenti. I secolaristi dovrebbero accettare l’idea che esiste una “sfera religiosa” che non segue e può contraddire i valori nazionali e persino la “cultura nazionale”, ma i cui membri sono parte della comunità politica. La Chiesa Cattolica è un tipico esempio di questa “sfera religiosa” che non segue le norme e i valori dominanti (per esempio in fatto di democrazia o femminismo), ma non per questo dovrebbe essere costretta a nominare delle donne prete.

In sintesi, la vera condizione per un’autentica libertà religiosa in una società davvero democratica non è di erigere le norme di questa società in cultura, ma in sistema di diritti. Dovremmo “secolarizzare il secolarismo” (Étienne Balibar) per non trasformarlo in una religione, un’ideologia o una cultura. I diritti umani sono puramente e semplicemente dei diritti. Non sono una specificità della cultura europea, che in realtà ha prodotto e continua a produrre anche molte altre ideologie politiche; d’altra parte la Primavera araba ha mostrato che molti musulmani sono pronti a farli propri senza difficoltà. Sono una costruzione recente, fragile, spesso contraddittoria, difficile da attuare in modo sistematico. Non sono un’eredità del passato, ma piuttosto un progetto per il futuro.

Una nota finale, non priva d’importanza nelle circostanze attuali. L’Europa dovrebbe lasciar cadere la richiesta permanente di riforme all’interno delle tradizioni religiose, e in particolar modo dell’Islam. Non dimentichiamo che, contrariamente al sentire comune, un riformatore non è necessariamente un liberale (quanto liberali, femministi, filo-semitici e democratici sono stati Lutero e Calvino?). Una riforma teologica, per quanto desiderabile, può sorgere soltanto dall’interno di una tradizione data, attraverso l’interazione dei suoi membri con la società circostante. Non è un prerequisito per vivere in una democrazia secolare.

Foto Ansa


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