Europa, la ripresa è un miraggio. Per ora, di certo, c’è solo l’austerity

Spagna, Francia, Italia e Grecia hanno tutti, chi più e chi meno, un piede nella palude della recessione. E fino al 2014 non cambierà nulla.

È ancora lunga la marcia per uscire dalla crisi. Secondo le previsioni appena diffuse dalla Commissione europea, per intravedere i primi cenni di ripresa dell’economia bisognerà attendere almeno il 2014. Di segnali di crescita per il 2012 e il 2013, per ora, non se ne vedono le tracce. Diverse sono intanto le strategie che in questi giorni i leader dei paesi più in difficoltà del Vecchio Continente stanno abbracciando nella speranza di assicurarsi la sopravvivenza. Anche se tutte hanno un minimo comune denominatore alquanto preoccupante: si tratta di ricette che, in un modo o nell’altro, privilegiano l’austerity. Minore spesa, dunque, e più tasse. Una soluzione che sembra piacere ai governi ma non alla gente.

ALLARME ROSSO. Le previsioni autunnali della Commissione europea sono chiare: nel 2012 il pil dell’Ue farà segnare una contrazione dello 0,3 per cento e dello 0,4 nell’area euro. Nel 2013 la crescita sarà minima (più 0,4 nell’Ue ma solo più 0,1 nell’area euro), mentre qualche segnale più incoraggiante verrà nel 2014: più 1,6 nell’Unione e più1,4 in quelli dell’eurozona. Il numero di disoccupati resterà a livelli elevati nel prossimo biennio. Se l’Ue chiuderà l’anno con un tasso di disoccupazione del 10,5 per cento, quello dell’euroarea sarà peggiore, pari all’11,3. Valori destinati a crescere ulteriormente nel 2013 (rispettivamente a 10,9 e 11,8 per cento) per poi iniziare a contrarsi, anche se di poco, solo nel 2014 (10,7 e 11,7 per cento).

LA GRECIA. Oggi il Parlamento greco approverà, tra le proteste di piazza, con una maggioranza risicata (sostenuta da centrodestra e centrosinistra, Nuova democrazia e Pasok) il pacchetto del premier Samaras che prevede tagli e maggiori tasse per 13,5 miliardi di euro. La misura, reputata fondamentale per sbloccare gli aiuti della Troika (Ue, Bce e Fmi) da 31,5 miliardi di euro, porterà l’innalzamento dell’età pensionistica da 65 a 67 anni e taglierà in maniera crescente l’assegno previdenziale dal 5 al 15 per cento a seconda dell’importo. Sono, inoltre, previste forti riduzioni degli stipendi degli statali e sono state avviate le procedure che porteranno probabilmente alla eliminazione di diverse migliaia di posti di lavoro nei prossimi mesi. Tutto questo mentre la disoccupazione si conferma a livelli elevatissimi (24 per cento) e la recessione profonda (-6 per cento a fine anno e -4,2 nel 2013).

LA SPAGNA. Parlando alla rete televisiva e di informazione cattolica Cope, ieri, il premier Mariano Rajoy ha detto che fino al 2014 non sarà possibile procedere al taglio delle tasse. E questo proprio perché solo in quell’anno il paese tornerà a crescere (dello 0,8 per cento). Quest’anno invece il pil chiuderà a -1,4 per cento e così sarà anche nel 2013. Per lo meno Rajoy ha fatto sapere che non procederà a tagliare ulteriormente gli stipendi degli statali e non alzerà le tasse. La Spagna, ha aggiunto il successore di Zapatero, non intende chiedere aiuti a breve all’Ue, anche se non lo esclude in assoluto in un prossimo futuro, a patto però che le condizioni siano favorevoli.

LA FRANCIA. Oltralpe il governo socialista di Hollande, sempre più in crisi di consensi tra la gente, ha appena annunciato la volontà di tagliare con decisione il costo del lavoro per un ammontare pari a 20 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Ma la coperta rappresentata dalle casse dello stato, come in tutti i paesi europei, è corta. Ed è per questo che la misura dovrebbe essere finanziata da 10 miliardi di euro di tagli alle spese e altri 10 di aumento dell’Iva, che in Francia è al 19,6 per cento e così salirà al 20. La misura, ha spiegato il primo ministro Jean-Marc Ayrault, sarà realizzata non attraverso la riduzione delle imposte salariali, bensì attraverso il credito d’imposta. Ma basterà a eliminare la disoccupazione che viaggia sopra il 10 per cento (a fine anno sarà pari al 10,2 ma nel 2013 salirà al 10,7) in un paese che non crescerà nel prossimo anno e mezzo di oltre lo 0,4 per cento? Difficile crederlo.

E NOI? In Italia la disoccupazione resta alta e in pericoloso aumento: chiuderemo infatti il 2012 con un tasso del 10,6 per cento ma il 2013 e il 2014 si prospettano peggiori (rispettivamente 11,5 e 11,8 per cento). Di crescita poi non se ne profila che solo qualche briciola all’orizzonte: se chiuderemo infatti il 2012 con un -2,3 per cento, il 2013 farà segnare un -0,5 e il 2014 un lieve più 0,8. Ed è per questo che il commissario europeo agli affari economici e monetari, Olli Rehn, preoccupato per il basso tasso di crescita, ha avvertito che «è importante che l’Italia raggiunga e conseguentemente mantenga una posizione bilanciata in termini strutturali e centri gli obiettivi di riduzione del debito pubblico» nel prossimo biennio. Vedremo cosa potrà fare la legge di stabilità in queste ore in discussione alla commissione bilancio e attesa lunedì alla Camera.