Gli errori di Merz in Germania e il modo per “normalizzare” Afd
Le elezioni regionali per Berlino e per il Meclemburgo-Pomerania anteriore del 20 settembre saranno ricordate soprattutto per la sconfitta senza precedenti della Cdu, il partito che esprime il cancelliere a livello nazionale, e per aver consegnato la maggioranza relativa ai due partiti estremi dello spettro politico tedesco: nella capitale è arrivata in testa (col 25,7 per cento dei voti) la Linke erede della Sed, cioè del partito comunista che governò per 40 anni la Ddr senza avversari; nel Land più nord-orientale della Germania a sorpassare tutte le altre formazioni, più che raddoppiando i consensi di cinque anni fa (dal dal 16,7 al 38,2 per cento), è stato il partito di Alice Weidel e della “remigrazione”.
Ma più del successo di AfD, che resterà comunque fuori dal governo della regione dove si trova la circoscrizione elettorale che per 31 anni di seguito ha eletto deputato al Bundestag Angela Merkel, a fare sensazione sono state le dimensioni della sconfitta dei cristiano-democratici, finiti per la prima volta nella storia della Germania post-bellica sotto la soglia di sbarramento del 5 per cento che occorre superare per poter ottenere deputati nell’assemblea regionale.
Il partito ha perso più dei due terzi dei voti delle precedenti elezioni ed è finito al 4,9 per cento, battendo così il record negativo del lontano 1951, quando nella città stato di Brema la Cdu raccolse solo il 9 per cento. A Berlino le cose sono andate appena un po’ meno peggio, il partito ha perso “solo” un terzo dei voti (passando dal 28,2 al 18,8 per cento) che aveva ricevuto nelle elezioni di tre anni fa, ma resterà sicuramente fuori dal nuovo governo della città, della quale esprimeva fino a ieri il borgomastro.
Per Merz è «un disastro», ma il cancelliere non molla
Friedrich Merz ha reagito virilmente alla sconfitta, definendola “un disastro” ma confermando allo stesso tempo che non si dimetterà da capo dell’esecutivo nazionale, dopo soli sedici mesi di governo, ma porterà avanti il programma di riforme concordato con gli alleati della Spd (che pure hanno perso voti e seggi sia a Berlino che nel Meclemburgo, ma che resteranno al governo in quest’ultimo e probabilmente entreranno nella nuova maggioranza a Berlino). Queste riguardano le pensioni, le aliquote fiscali, la flessibilità del mercato del lavoro, gli incentivi al collocamento e soprattutto il raddoppio della spesa militare nel giro di cinque anni, passando dagli 86,5 miliardi dell’anno scorso ai 162,9 previsti per il 2029.
Merz si fa scudo della dichiarazione di sostegno firmata da tutti e otto i presidenti-governatori in carica della Cdu (la Spd ne ha sei, Verdi e Csu uno a testa) alla vigilia delle elezioni del 20 settembre. Finora solo il vicepresidente della Cdu del Meclemburgo-Pomerania anteriore Tino Schomann ha chiesto (ancora prima del voto di domenica) le dimissioni del capo del governo, anche se è noto che i mal di pancia all’interno del partito sono molto diffusi, e che subito dopo che si sono conosciuti gli esiti del voto gli otto presidenti regionali Cdu si sono visti e confrontati in forma riservata.
D’altra parte non è mai successo, nella Germania post-bellica, che un cancelliere si dimettesse dopo così poco tempo dall’entrata in carica (il precedente meno lusinghiero è quello del cristiano-democratico Ludwig Erhard, che negli anni Sessanta si dimise dopo poco più di tre anni a capo del governo). Inoltre in Germania il cancelliere può essere sostituito solo con un voto di “sfiducia costruttiva”: contestualmente alla bocciatura parlamentare di quello uscente, occorre approvare la nomina del suo sostituto.
Gli errori di Merz e l’eredità di Merkel
«Merz si ritrova con un’eredità insostenibile la cui responsabilità va attribuita principalmente ad Angela Merkel, che ha fatto soprattutto tre errori», ha detto commentando i risultati Lodovico Festa a Radio Maria. «Il primo errore è stato quello di agganciare l’economia tedesca a quella della Russia e della Cina, senza nessuna contromisura. Il secondo è stato quello di puntare tutte le sue carte sulla burocrazia di Bruxelles e sull’asse con la Francia. Il terzo e più grave errore è stato quello di normalizzare la pratica dei governi consociativi fra Cdu ed Spd, che nella fisiologica politica dovrebbero rappresentare due poli alternativi. Questo ha favorito l’ascesa delle formazioni estremiste».
Effettivamente nella storia della Germania Occidentale postbellica prima della riunificazione c’è solo un governo di “unità nazionale” fra socialdemocratici e cristiano-democratici, tra il 1966 e il 1969 (che la Cdu “pagò” poi alle elezioni, restando fuori dal governo nazionale fino al 1982), mentre dopo la riunificazione ce ne sono stati ben quattro, tre dei quali presieduti da Angela Merkel (il quarto è quello attuale presieduto da Friedrich Merz).
Le conseguenze di questa linea sugli orientamenti politici dei tedeschi sono evidenti: nel 2005 i voti di Cdu ed Spd sommati insieme sfioravano il 70 per cento del totale, l’anno scorso hanno totalizzato solo il 45 per cento; invece i voti dei partiti estremi, che nel 2005 corrispondevano all’8,7 per cento della Linke (AfD ancora non esisteva), se si votasse domani in base ai sondaggi arriverebbero al 39 per cento (28 per cento AdF, 11 per cento Linke), cioè più di quelli che i sondaggi assegnano a Cdu/Csu e Spd sommate (32 per cento, coi primi al 20 per cento e i secondi al 12).
Come si è radicalizzato il voto in Germania
Il consociativismo permanente al centro che si è cristallizzato durante l’era Merkel (con le scontate accuse all’interno di quelli che erano i due partiti maggiori di essersi spostati troppo a sinistra per quanto riguarda i cristiano-democratici, di essersi spostati troppo a destra per quanto riguarda i socialdemocratici) ha prodotto la radicalizzazione del voto di opposizione, che si è indirizzato sugli estremi e sempre più si sta orientando in quella direzione. Di fronte a questa tendenza una parte della classe politica tradizionale (soprattutto socialdemocratici e Verdi, ma anche qualche cristiano-democratico) è tentata di ricorrere alla procedura costituzionale per mettere fuorilegge l’AfD, accusata di cripto-nazismo.
Eppure esempi di percorsi molto più democratici per sventare minacce estremiste sono disponibili in tutta Europa e persino all’interno della Germania. In Austria, in Olanda e in Svezia partiti di estrema destra a volte accusati di avere radici neonaziste sono stati cooptati nell’area di governo senza che la politica del paese precipitasse in un baratro autoritario e distruttivo dei diritti umani, e da queste esperienze sono poi usciti elettoralmente ridimensionati o comunque normalizzati.
Cosa è successo in Austria, Olanda e Svezia
Il caso più antico è quello dell’Fpö austriaco: per due volte il partito radicalizzatosi a destra sotto la guida di Jörg Heider ha governato insieme ai popolari dell’Övp, nel 2000-05 e nel 2017-19. Attualmente sta all’opposizione e nei sondaggi è il primo partito del paese, ma nei suoi confronti non esiste alcun “Brandmauer” alla tedesca. In Olanda il Partito per la Libertà (Pvv) di Gert Wilders, accusato di razzismo e islamofobia, ha sostenuto dall’esterno il governo del liberale Mark Rutte nel 2010-12 e ha partecipato all’esecutivo quadripartito capeggiato da Dick Schoof nel 2024-25, prima di far dimettere i suoi ministri e uscire ridimensionato dalle successive elezioni, nelle quali ha perso quasi un terzo dei seggi che aveva.
In Svezia, dove elezioni politiche si sono tenute appena nove giorni fa, i Democratici svedesi che sostenevano dall’esterno un governo quadripartito di centrodestra non sono più il secondo partito del paese dopo i socialdemocratici ma sono arretrati al terzo posto dopo i Moderati.
Il caso della Baviera
Per tornare alla Germania, in Baviera dal 2018 il governo regionale è guidato da una coalizione fra la Csu (cristiano-sociali bavaresi, alleati storici della Cdu) di Markus Söder e i “Liberi elettori” (in tedesco Freie Wähler), che condividono molte delle posizioni dell’AfD per quanto riguarda immigrazione, diritto d’asilo, sicurezza e critiche alla Ue, senza fare propria la retorica della “remigrazione” o le velleità di uscita dall’euro del partito di Alice Weider.
La coalizione con a capo la Csu è stata confermata dopo le regionali del 2023, e merita di essere sottolineato il fatto che in queste ultime elezioni la Csu ha conservato il 37 per cento dei voti, stesso risultato del 2018, quando aveva perso ben 10 punti rispetto al 2013 e aveva inaugurato la politica dell’alleanza coi Liberi elettori, che di fatto rappresentavano una secessione del suo elettorato. Costoro sono passati dall’11,6 per cento del 2018 al 15,8 del 2023, confinando al terzo posto AfD.
Il precedente della Linke
Il discorso di mettere alla prova i partiti antisistema affidando loro responsabilità di governo vale probabilmente anche per quelli di estrema sinistra: la Linke nel Meclenburgo-Pomerania anteriore ha perso un terzo dei suoi voti e quasi la metà dei seggi dopo aver governato per cinque anni insieme alla Spd di Manuela Schwesig. Lo stesso potrebbe accadere a Berlino, dove lo stesso partito ha invece vinto le elezioni promettendo, per bocca della sua candidata a borgomastro Elif Eralp, di espropriare 220 mila appartamenti di proprietà di grandi società immobiliari per poi riconsegnarli agli inquilini ad un tasso di affitto calmierato. Si calcola che questa politica potrebbe costare alle casse pubbliche 36 miliardi di euro, una cifra di cui il bilancio di Berlino non dispone. Friedrich Merz si è affrettato a precisare che il governo federale non è e non sarà mai responsabile dei debiti delle entità regionali.
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