Quello spirito di fazione che ha gelato l’Egitto e rimesso in sella i militari

Ha sbagliato Morsi, che si è limitato a rivendicare la propria legittimità formale. E hanno sbagliato i promotori di Tamarod. Serve un governo di unità nazionale

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L’ultimatum dell’esercito egiziano al presidente Mohamed Morsi si è concluso con la sua deposizione, l’arresto di diversi membri dei Fratelli Musulmani, la sospensione della Costituzione, lo scioglimento del Parlamento e la nomina a presidente ad interim di Adly Mansour. L’edtitoriale del numero 27 di Tempi.

Da una parte un governo e un capo dello Stato inefficienti e sempre più tentati dall’autoritarismo, che in un anno non hanno avviato a soluzione nemmeno uno dei gravi problemi del paese, dall’altra un’opposizione frammentata e tribunizia, abile nel sollevare la piazza ma incapace di proporre un’alternativa politica realistica. L’ultimatum dei militari a Morsi, conseguente ai disordini seguiti alle proteste contro il presidente, dà il senso della tragedia in cui rischia di sprofondare la “primavera” egiziana.

Due anni e mezzo dopo la cacciata di Mubarak, il più grande paese arabo è più povero, più violento, meno rispettoso delle minoranze di quanto fosse al tempo del dittatore. E sull’orlo di una guerra civile. Che alle rivoluzioni seguano tempi di incertezza è normale. Meno normale è che a gelare i virgulti di una democrazia, fino al rischio di una giunta militare come estremo rimedio al caos, sia lo spirito di fazione di cui hanno dato prova sia gli islamisti dei Fratelli Musulmani e del partito salafita, sia i democratici dei movimenti giovanili e dei partiti liberali e di sinistra.

Ha sbagliato Morsi, che si è limitato a rivendicare la propria legittimità formale. E hanno sbagliato i promotori di Tamarod, che hanno preteso risolvere i problemi con nuove elezioni. Per riuscire, le rivoluzioni democratiche hanno bisogno, per un tempo ragionevole, di governi di unità nazionale, e questo in Egitto non è accaduto. La transizione è stata gestita dai militari, in un costante braccio di ferro con le forze politiche. L’unica speranza per l’Egitto era rinunciare allo scontro e ripartire da un esecutivo di unità nazionale.

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