Egitto, manifestazione pro-Mubarak: non solo agenti in borghese ma anche cristiani copti e dipendenti pubblici

I militari vogliono far passare il messaggio che solo loro possono tenere unito il paese. Con la contromanifestazione cambia l’evoluzione della crisi: la transizione si farà, ma Mubarak resterà presidente fino alle presidenziali di settembre, poi i poteri passeranno nelle mani del vicepresidente Suleiman e partiranno i negoziati

L’apparizione di manifestanti pro-Mubarak nelle piazze d’Egitto cambia di parecchio la prognosi sull’evoluzione della crisi iniziata il 25 gennaio. A questo punto le dimissioni del vecchio presidente non sono più imminenti e gli oppositori dovranno aspettare ancora prima di avere accesso alla stanza dei bottoni, e quando ciò avrà luogo non sarà alle loro condizioni, ma a quelle fissate dai militari.

Osservatori e commentatori hanno evidenziato la presenza massiccia di agenti
di polizia in borghese fra le fila dei manifestanti favorevoli al regime e la responsabilità di costoro nell’iniziare le violenze che hanno causato 10 morti e centinaia di feriti nella capitale nelle ultime 24 ore. Tuttavia lo scenario non si riduce al tentativo di Mubarak di mantenersi in sella ricorrendo a sporchi trucchi: un movimento controrivoluzionario vero e proprio sta prendendo corpo, e il suo ruolo politico rappresenta un formidabile colpo di freno a quella che sembrava la progressione inarrestabile del movimento rivoluzionario.

In piazza Tahrir, accanto ai poliziotti camuffati,
sono apparsi coloro che rappresentano la base sociale del regime: dipendenti pubblici timorosi di perdere stipendio e prebende, sottoproletariato urbano privo di ideali disposto a battersi in cambio di qualche decina di dollari, cristiani timorosi di cadere dalla padella della dittatura del Partito nazionale democratico nella brace di una repubblica islamica (fermo restando che ci sono molti cristiani anche fra i manifestanti anti-Mubarak).

Alimentando questa controrivoluzione, il regime ha deciso che la transizione si farà,
ma alle condizioni da esso decise: Mubarak resterà presidente fino alla scadenza del suo mandato, cioè fino alle elezioni presidenziali di settembre, i poteri passeranno gradualmente nelle mani del vicepresidente Suleiman che negozierà, insieme al primo ministro Ahmed Shafik, l’ingresso di esponenti della protesta nel governo e in altre istituzioni nazionali e le riforme da fare per una maggiore liberalizzazione della vita politica.

La condizione posta da ElBaradei e dalla maggioranza dell’opposizione,
e cioè che il dialogo comincerà quando Mubarak avrà a tutti gli effetti abbandonato il potere, non può che essere respinta. Accettarla significherebbe riconoscere la vittoria dei manifestanti, che si attribuirebbero il merito della cacciata del presidente. Invece i militari vogliono far passare il messaggio che solo loro sono in grado di tenere unito il paese e che il merito della rinuncia di Mubarak a ripresentarsi alle elezioni o a trasmettere il potere al figlio Gamal è loro.

Chi potrà vantare il merito storico dell’uscita di scena di Mubarak
esprimerà il futuro presidente dell’Egitto: Mohamed ElBaradei se sarà la rivoluzione a deporre il presidente, Omar Suleiman se Mubarak uscirà di scena lentamente, fra molti inchini.