È vero, la famiglia è sotto assedio. Ma oltreoceano qualcosa sta cambiando

Che facciamo? Ci rassegniamo? Diamo per inarrestabile una deriva che ha fatto della nostra Nazione una delle più vecchie e delle meno aperte alla vita?

Nulla nella storia è ineluttabile. Detto così, sembra uno slogan da campagna elettorale. È invece una realtà quotidiana, se solo ci si guarda intorno; costituisce uno degli insegnamenti più profondi del Magistero pontificio: Pio XII esortava ad aver fede nella non definitività della storia, san Giovanni Paolo II ha mostrato quanto sia possibile ribaltare scenari all’apparenza immutabili e demolire muri all’apparenza infrangibili. Qualche giorno fa il parlamento ha dato un ulteriore colpo di piccone alla famiglia approvando una legge che privatizza il matrimonio attraverso la gestione non più giudiziaria – bensì solo con avvocati e con impiegati comunali – della sua crisi, cioè della separazione e del divorzio; il Senato sta discutendo del disegno di legge sulle cosiddette unioni civili, che nella sostanza introduce un regime matrimoniale per le convivenze fra persone dello stesso sesso. I sindaci delle più importanti città italiane fanno a gara per trascrivere matrimoni gay contratti all’estero, parte della giurisprudenza continua a “creare” un diritto di famiglia sempre più distante dal diritto naturale, e nelle scuole prosegue indisturbata la propaganda del gender.

Che facciamo? Ci rassegniamo? Diamo per inarrestabile una deriva che ha fatto della nostra Nazione una delle più vecchie e delle meno aperte alla vita? Archiviamo una stagione, non remota, che aveva prodotto – fra l’altro – una buona legge sulla fecondazione artificiale (l’unica che riconosce i “diritti del concepito”), una efficace riforma delle norme sulla droga, la difesa in Europa dei simboli della nostra fede, e che aveva resistito alla sostituzione con i desideri dei diritti antropologicamente fondati? Chiudiamo bottega con un bel “selfie” a fianco del primo trans che viene a trovarci? O facciamo dell’altro?

Proviamo a sintonizzarci oltreoceano: anche lì la duplice vittoria di Obama aveva prodotto scoramento; la ventata liberal presidenziale sulle questioni di principio, dalla droga agli obiettivi lgbt, pareva inattaccabile. Poi l’apparente sorpresa delle elezioni di inizio novembre: certamente una sorpresa per gran parte dei media italiani, se per descrivere un tratto essenziale della neo-senatrice dell’Iowa Joni Ernst hanno ricordato che lei, quand’era giovane allevatrice, «castrava maiali». Quasi a dire: solo una così può essere contro i matrimoni gay. O se trascurano che il cambio era iniziato da almeno un paio d’anni, come testimonia l’elezione nel 2012 a senatore del Texas di Ted Cruz, anch’egli orgoglioso difensore di vita e famiglia. O se ignorano il governatore della Luisiana Bobby Jindal, convertito al cattolicesimo dall’induismo, quando da noi va di moda il contrario, pure lui paladino dei princìpi essenziali.

Americani ondivaghi? Una volta eleggono Obama e poi optano per i suoi avversari? Come in ogni tornata elettorale, ci sono fasce di votanti che spostano i consensi da un fronte all’altro. Ma se in tanti States vi è sensibilità sui princìpi più che da noi non dipende da fattori occasionali: una rete di fondazioni e di associazioni che non smette di “produrre” cultura e di fornire basi e argomenti a chi svolge attività politica; riviste e giornali che svolgono con costanza indirizzo e formazione sulle sorti della famiglia e del diritto alla vita, orientando il voto sui candidati che mostrano coerenza; non pochi vescovi cattolici e pastori di altre confessioni che, pur mantenendosi distanti dalle competizioni elettorali, insistono su questi tasti, in modo ragionato e organico. E i risultati non mancano, anche quando si vota.

Non è detto che sia solo negli Stati Uniti. Può accadere pure qui: a condizione che si lavori sul fronte della formazione, della informazione e dell’impegno politico esattamente come fanno le “castratrici di maiali”. E che si consideri quel che il cardinale Ruini ha ricordato in una recente intervista: «Negli anni Settanta anche molti non marxisti erano convinti che il marxismo fosse un orizzonte insuperabile per la cultura e la storia. Ma poi il marxismo si è dissolto (…). Non so dire se accadrà qualcosa di analogo con l’attuale tendenza libertaria; ma non lo escludo». Più d’un nuovo eletto al Congresso americano o al governo di qualche State conferma che può accadere. Lasciamo loro l’esclusiva?