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E’ morto padre Romano Scalfi, il giovanotto che voleva diventare santo in due mesi

ottobre 12, 2015 Angelo Bonaguro

Storia e aneddoti di un uomo che non è mai venuto meno alla sua “vivace” vocazione

scalfi

E’ morto padre Romano Scalfi, fondatore di Russia Cristiana. Tempi vi ha parlato spesso di questo straordinario sacerdote e qui potete leggere una nostra intervista e qui un colloquio con Marina Corradi. Di seguito ripubblichiamo un ritratto che raccoglie alcuni aneddoti della sua giovinezza.

Nato a Tione (Tn) il 12 ottobre del 1923, è secondo di cinque fratelli. Sin da piccolo sente viva la vocazione sacerdotale, e al seminario è uno dei più vivaci: «L’ambiente era buono, ma poi mi aggregai al “gruppo dei criticoni” che criticavano tutti gli insegnanti – tranne don Eugenio Bernardi, un vero padre spirituale. Ricordo che ci parlava spesso della santità, e io andai da lui e gli dissi: in due mesi voglio diventar santo e poi che sia finita! Si mise a ridere, smontò tutto il mio ragionamento e mi disse: “Ma non sai che a farti santo non sei tu, è il Signore! Va’ a giocare a calcio intanto!”».

Un giorno, in quarta ginnasio, il rettore lo chiama e gli dice che è meglio che cambi idea: «Tu critichi tutti, studi solo quello che vuoi e fai gli sgambetti ai tuoi compagni mentre vanno a messa… Perciò rifletti sul tuo futuro ma escludi di diventar prete». Testardo e convinto che quella sia la sua strada, ne parla col giovane vice-rettore il quale gli strappa la promessa di «comportarsi bene almeno per un mese»: «Ah beh – è la risposta – se è solo per un mese ci sto!».

Nel 1939 la morte del padre mette a dura prova la sua famiglia, ed è solo grazie all’intervento di un insegnante che Romano può proseguire negli studi. Lo farà con rinnovata consapevolezza: «Mi accorsi che non potevo più fare lo sciocchino e dovevo diventare un uomo come mio padre; quella sera mi addormentai pensando a lui. Da allora non frequentai più la compagnia dei “criticoni”, mi misi a studiare seriamente e andò tutto bene».

«Dopo la quinta ginnasio passai al seminario maggiore: lì mi trovai bene, il rettore era un ex deputato del parlamento di Vienna, una persona di un’intelligenza straordinaria, che riponeva in noi fin troppa fiducia… Un giorno, infatti, a nome di un gruppo di amici, gli chiesi di poter avere uno spazio per giocare a calcio come i ragazzi più giovani. Loro, spiegai, hanno un campetto mentre da noi qui ci sono troppi alberi, se potessimo fare un po’ di spazio… “E fatelo”, suggerì lui. Dopodiché scoppiò un putiferio perché abbattemmo una decina di piante. Fui richiamato dal rettore: “Monsignore, lei mi ha dato il permesso…”. “Sì, è vero”, ammise, “dovevo stare più attento”. Finì insomma per scusarsi lui!».

«Al seminario di Trento ho imparato molte cose pratiche che ricordo per tutta la vita. All’ora di pedagogia ci insegnavano: “Putèj [ragazzi], quando preparate la predica: saver cosa se g’ha da dir, dirlo, e piantar lì!”. Che la predica cioè non debba sembrare più importante del sacramento che celebrate, altrimenti il popolo va a messa per la predica. E qui mi sovviene la conversione di mio padre, che come tanti seguiva il pensiero socialista e non frequentava la messa. Dopo qualche mese che erano sposati, mia madre gli chiese: “Ma Achille, perché non vai a messa?”; “Beh, sai Elisa, ho conosciuto di quei preti che non ti dico…”; “Ma io non vado a messa per il prete, ci vado per il Signore”, rispose lei. Da quel giorno mio padre non è più mancato a una messa. Quando si dice la semplicità del cuore».

Durante la guerra trasferiscono parte degli studenti a Tiarno, in val di Ledro: «Lì facevamo tutto noi, dalla legna al pranzo, e io ero addetto alle provviste. Una volta il rettore incaricò me e un mio compagno, figlio di un macellaio, di andare a comprare di nascosto una vacca. Così indossammo abiti borghesi e per ostentare indifferenza ci diedero persino un pacchetto di sigarette! Fatto l’accordo con un contadino, portammo la vacca in seminario per macellarla lo stesso giorno. Io avevo paura e mi nascosi dietro la porta. Il mio compagno però l’abbatté in un colpo solo e di sera tardi tutto il seminario poté mangiare. Sì, veramente regnavano una grande fraternità e un aiuto reciproco uniti all’impegno personale».

Non solo l’ora, ma anche un sodo labora: «D’estate, come operai pagati dal comune, si andava nei boschi a tagliare gli alberi. Prima a messa, poi con i miei fratelli salivamo a tagliare. Ci portavamo due chili di farina e mia madre ci dava anche un pezzettino di salame che si consumava a forza di toccarlo: in tre mangiavamo una polenta che oggi basterebbe per venti! Dopo pranzo, mentre gli altri schiacciavano un pisolino io facevo la lettura spirituale: ero pur sempre un seminarista! Poi si ricominciava da capo fino al tramonto, e la sera si tornava cantando». Possiamo confermare che l’appetito gli è rimasto fin da allora.

Poi in seminario la svolta decisiva per la Russia: «La decisione di fare il missionario è nata da un semplice calcolo matematico: c’erano moltissimi preti e tanti andavano in missione. Anch’io volevo partire, ma era un’idea ancora confusa. A determinare la scelta per la Russia fu il fascino per la divina liturgia celebrata da alcuni sacerdoti che venivano dal Collegio Russicum di Roma». Così dopo l’ordinazione (1948) e tre anni di lavoro in seminario, don Romano entra finalmente al Russicum. Anche qui, tanti sono gli episodi: «Un’estate mi mandarono a Monaco ad aiutare in un campo di ex prigionieri di guerra sovietici che attendevano di essere rimpatriati. Lì dovevo preparare al battesimo un soldato che mi ripeteva: “La Chiesa cattolica è l’unica che può combattere il comunismo!”. E gli rispondevo: “Guarda che non è per questo che ti devi fare cattolico”. Ero in dubbio se battezzarlo o meno ma, di fronte all’insistenza, l’ho fatto, in rito bizantino».

Poi verrà la breve esperienza a Bologna, finché la Provvidenza lo condurrà a Milano, dove si radicherà l’avventura di Russia Cristiana.


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