E se piantassimo davvero miliardi di alberi? «Rischio disastro ambientale»

Due studi scientifici usciti su Nature Sustainability dimostrano che le riforestazioni possono portare a enormi sprechi di denaro, danni alla biodiversità e all’aumento delle temperature

alberi cambiamento climatico

Piantare milioni di alberi in tutto il mondo fa bene all’ambiente e contribuisce a stoccare miliardi di tonnellate di anidride carbonica? L’equazione è sbagliata, scrive la Bbc, e il rischio è di contribuire al peggioramento del riscaldamento climatico. È questa la conclusione controintuitiva, ma ben radicata nella scienza, di due studi recentemente pubblicati nella rivista Nature Sustainability.

IL FALLIMENTO DELL’ESPERIMENTO IN CILE

Negli ultimi anni, molti attivisti hanno individuato nella riforestazione massiccia della Terra la panacea per tutti i mali ambientali. Al Forum economico mondiale di Davos di gennaio è stata rilanciata, sotto la sigla 1t.org, la campagna approvata dall’Onu nel 2014 per la riforestazione di 350 milioni di ettari di superficie terrestre. L’obiettivo è appunto piantare mille miliardi di alberi in tutto il mondo entro il 2030.

Regno Unito, Usa, Cina e Unione Europea hanno tutti promesso di piantare quanti più alberi possibile per ridurre il surriscaldamento del pianeta. Ma l’idea è fuorviante. Uno dei due studi pubblicati nella rivista scientifica analizza l’esperimento del Cile, che dal 1974 al 2012 ha incentivato l’impianto di nuovi alberi coprendo il 75 per cento dei costi. La politica ha in effetto moltiplicato le aree boschive, danneggiando però la biodiversità e senza aumentare il previsto stoccaggio di anidride carbonica. Il motivo è semplice: non tutti gli alberi portano allo stesso risultato delle foreste native.

IL DISASTRO DEL CANADA

Il secondo studio indica invece che incentivare l’impianto di alberi può non soltanto rivelarsi un inutile spreco di risorse pubbliche, ma anche costituire un danno, oltre che alla biodiversità, per il riscaldamento climatico. Impiantare alberi in regioni aride per combattere la desertificazione rischia di peggiorare la penuria d’acqua e di aumentare la densità di carbone organico nel suolo. «La riforestazione» insomma, scrive uno degli autori, «implica molti dettagli tecnici e il bilanciamento di diverse parti. Non può risolvere tutti i nostri problemi climatici».

Che cosa succede quando questo bilanciamento non viene tenuto in conto, lo raccontava un esemplare articolo di Rodolfo Casadei proprio su Tempi:

«Là dove queste precauzioni non vengono seguite, i risultati sono negativi o addirittura disastrosi. Nell’aprile del 2016 un enorme incendio distrusse 2.400 case della città di Fort McMurray e mise in fuga quasi 100 mila persone: il più costoso disastro naturale nella storia del Canada. Il fuoco era iniziato, stranamente, nelle paludi di torba attorno all’Horse River. La commissione d’inchiesta sul disastro giunse alla conclusione che la causa originaria della calamità era una fallimentare campagna di forestazione promossa dal governo. Negli anni Ottanta erano state introdotte coltivazioni di peccio nero nelle zone paludose dell’Alberta: un albero di valore commerciale e ottimo sequestratore di Co2. Questi alberi, della famiglia del pino, risucchiarono grandi quantità di acqua sotterranea delle paludi, sviluppando grandi chiome che soffocarono la crescita del muschio di torba, il cui posto fu preso da un muschio più secco. Man mano che la terra si era prosciugata, gli alberi e il muschio si erano trasformati in un enorme serbatoio di carburante infiammabile. Superato un certo punto di non ritorno idrogeologico, un incendio disastroso arrivò in un mese di aprile particolarmente secco, e riversò nell’atmosfera le tonnellate di Co2 precedentemente catturate: le autorità dell’Alberta avevano inconsapevolmente trasformato un deposito di Co2 in una fonte di emissioni».

Foto Ansa