E se facessimo un lockdown anagrafico?

Anziché discriminare per categorie professionali, si separano le categorie più deboli per proteggerle. Cosa dicono Toti, Bassetti, Sileri

L’idea rilanciata ieri Giovanni Toti non è nuova. Ha detto il presidente della Liguria in una intervista alla Stampa:

«Resto convinto che sarebbero più utili misure per proteggere o lasciare a casa le persone più fragili, gli anziani e chi convive con varie patologie».

Insomma, una separazione su basa anagrafica, anziché indiscriminata come l’attuale. Proposta “eretica”? Certo, ma almeno meritevole di essere discussa. Anche far chiudere un negozio alle 18 piuttosto che un altro è una “discriminazione”. Quella proposta da Toti è sì una “discriminazione”, ma in base a un criterio diverso da quello adottato finora.

«Se vogliamo convivere a lungo con il Covid – ha detto ancora Toti alla Stampa – dobbiamo proteggere le fasce più a rischio. Chi siano lo spiega l’elenco delle vittime e delle degenze: è vero che anche i giovani si contagiano, ma dopo due o tre giorni di ospedale tornano a casa».

Il governatore avanza anche delle proposte per agevolare comunque i “discriminati” da una scelta simile:

«Possiamo iniziare a pensare a fasce dedicate esclusivamente a chi ha più di 70 anni. O, come avevamo già provato, a tariffe super agevolate per i taxi. La logica è segmentare la popolazione per proteggere quelle persone».

Economia contro salute

La rivolta alle decisioni imposte dall’ultimo dpcm ha reso chiara una cosa: contrapporre le ragioni sanitarie “covid-centriche” a tutte le altre ha conseguenze pesanti: non si curano a dovere tutti gli altri malati e il paese s’affossa economicamente senza più possibilità di ripresa. Dunque, perché non cercare altre strade?

Quella proposta da Toti, dicevamo, non è un’idea del tutto nuova. Come fa notare il Giornale, la filosofia di fondo è quella inglese, almeno quella inglese dei primi tempi poi ripudiata e abbandonata da Boris Johnson. Ma, non dispersa l’esperienza inglese, corretti gli errori e cambiate le cose che andrebbero cambiate, non se ne potrebbe almeno discutere, anziché fare – come finora si è fatto – un cieco inchino a ciò che deciso dal Comitato tecnico scientifico e riferito dal presidente Giuseppe Conte?

Categorie più colpite: anziani e fragili

Ieri alla trasmissione L’aria che tira, l’infettivologo Matteo Bassetti, molto polemico con l’iniziativa del governo, ha detto:

«È evidente che non sarà sufficiente, dovevamo agire su quelle che sono le categorie oggi più colpite da quest’infezione, che sono gli anziani e i fragili. Se noi non mettiamo in sicurezza queste due categorie è inutile che chiudiamo i ristoranti».

Evitiamo un equivoco. Non si tratta qui di addentrarsi nell’ormai stucchevole discussione tra “allarmisti” e “negazionisti”. Si tratta di trovare soluzioni, il più razionali e praticabili possibili, che preservino vite (bene supremo) senza mandare alla malora un paese. Proprio ieri Italia Oggi riportava un’indagine dell’Istat secondo cui «il 38% delle aziende italiane segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività, cioè il rischio di chiusura, particolarmente grave per le microimprese (da 3 a 9 addetti), anche perché il 48,7% di esse ha sospeso l’attività durante il lockdown, contro il 14,5% delle grandi».

Basso, medio e alto rischio

D’altronde una posizione simile a quella di Toti e Bassetti è stata esplicitata ieri dal vice ministro della Salute Pierpaolo Sileri che, per la cronaca, è un grillino. Parlando con Libero, ha dichiarato:

«La prima cosa da fare è aumentare la capacità diagnostica. Dividiamo la popolazione in tre fasce: basso, medio e alto rischio. Usiamo il test rapido antigenico per coloro che sono a basso e medio rischio e sottoponiamo solo la terza fascia al tampone; così si riescono a mappare 400mila persone al giorno e non sprechiamo tamponi per soggetti che non essendo contatti stretti non sono a rischio elevato. È assurdo quello a cui stiamo assistendo, con migliaia di persone che prendono d’assalto i pronto soccorso per sintomi sovrapponibili a quello del Covid, oppure file interminabili per fare un tampone. Avere più offerta diagnostica più semplice del tampone e fruibile dai medici di medicina generale, nelle farmacie o nel privato e, perché no, anche negli studi dentistici aiuterebbe il sistema in toto».

Denuncia un abuso di tamponi?

«No, dico che ne facciamo troppi alle persone sbagliate. Se io risulto positivo, si può fare il tampone ai miei assistenti, ma non a tutto il piano. Per gli altri basta un test antigenico rapido o salivare che costa un quinto e hai il risultato in un’ora anziché in cinque giorni. Con il Covid bisogna agire come con tutte le altre patologie. Nello screening del cancro del colon si prevede l’esame occulto fecale e solo se questo dà un risultato positivo si procede alla colonscopia».

Crede nel vaccino?

«Non sarà una cosa rapida. Servono mesi per produrlo, come avviene per quello influenzale. E poi ancora non sappiamo quanto in realtà protegge e quali sono i suoi effetti collaterali. Credo arriverà prima il farmaco rispetto alla profilassi».

Ammettiamolo, abbiamo perso tre mesi quest’estate…

«Serviva, e serve, un uso spregiudicato della diagnostica. Questo è stato il grande errore».

Foto Ansa