«È inaccettabile che lo Stato riapra le case chiuse. Questa non è una battaglia da bacchettoni ma da esseri umani»

Intervista al direttore della Caritas don Roberto Davanzo alla luce del rapporto sul lavoro delle unità mobili che operano con le prostitute e del referendum indetto dal consiglio regionale lombardo per abolire la Legge Merlin

Bisogna combattere la prostituzione in ogni modo, ma riaprire le case chiuse non serve a nulla. È questa la posizione del direttore della Caritas Ambrosiana don Roberto Davanzo, che commenta con tempi.it il dossier appena uscito sull’attività delle unità mobili del “Tavolo cittadino tratta e prostituzione”, una realtà che da dieci anni riunisce diverse associazioni laiche e cattoliche che portano assistenza a prostitute e transessuali e che tra il 2012 e il 2013 ha incontrato più di 1300 persone.

IL DRAMMA DELLE PROSTITUTE. Sono sette i drammi di queste donne che il dossier mette in evidenza e che Davanzo conosce bene. Si va dallo sfruttamento, caratterizzato da «vere e proprie condizioni di tratta per opera di organizzazioni criminali», ai problemi di salute, perché tra chi si prostituisce è alto il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, di abortire e di avvicinarsi al mondo della droga.
Senza contare che spesso le prostitute si trovano in una condizione di fragilità e isolamento, con la quasi impossibilità di reinserirsi nel mondo lavorativo legale e la conseguente marginalità dalla società. Gli aspetti più preoccupanti, infine, sono quelli connessi alla tratta, con le donne che sono costrette a patire sofferenze e traumi di ogni sorta, incappando in situazioni di depressione, ansia, aggressività e sindrome post-traumatica da stress.

IL REFERENDUM SULLE CASE CHIUSE. Tutto questo succede a Milano, città dove il consiglio regionale lombardo ha votato “sì”, poche settimane fa, indicendo un referendum per abolire la Legge Merlin e riaprire così le case chiuse. «Quella legge di certo non è perfetta, ed è impensabile che da sola risolva il problema», commenta don Davanzo. «Tuttavia è inaccettabile che uno Stato con un timbro possa rendere etico e morale qualcosa che morale non è, ossia il fatto che una donna possa essere comprata».
I dettagli raccolti dal dossier del “Tavolo” gli danno ragione. Togliere le squillo dalle strade per destinarle a strutture chiuse dove possano esercitare il proprio lavoro in via legale non è la soluzione: «È vero, ci sono alcuni quartieri in città che rischiano di diventare invivibili, penso ad esempio a Viale Abruzzi. Però tutto ciò non è sufficiente perché lo Stato autorizzi qualcosa di simile».

«NON È BATTAGLIA DA CATTOLICI». Nel dibattito sull’abolizione della Legge Merlin, don Davanzo intravede un processo molto pericoloso: «Il ragionamento è lo stesso che si usa quando si parla della stanza del buco: dato che non riusciamo a limitare il fenomeno della tossicodipendenza, lo avvolgiamo in uno strato di legalità così da renderlo morale e lecito. Ma tutto ciò è inaccettabile, il vero nodo è un altro: è accettabile che ci possa essere un commercio dell’amore e della sessualità?».
Argomenti da non bollare come “cattolici”: «Questa non è una battaglia da bacchettoni o da moralisti, bensì da semplici esseri umani: dietro alla scelta di combattere la prostituzione c’è un concetto di umano che non ha una sua connotazione religiosa».