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E Craxi mi disse: «Avrei bisogno di una pistola»

maggio 30, 2017 Giuliano Ferrara

I sette consigli di Ferrara (seguiti e non) all’ex presidente del Consiglio. «Privatizza la Rai, è l’unica riforma importante a costo zero, anzi ci si guadagna». «Ma sei matto?»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Primo consiglio a Craxi, seguito. Era a Palazzo Chigi, appena insediato. A Torino il sindaco comunista compagno della mia giovinezza ribalda aveva appena mandato in galera i socialisti della sua giunta, e qualche comunista, perché tramavano con Cesare Romiti per farlo fuori alla prima occasione in nome della modernizzazione della città. In politica sono cose che succedono. Ne sono successe parecchie del genere, da allora, da quel primo capitolo di Mani pulite. Dimissioni, elezioni. Craxi, amico di famiglia e capo di un «esercito di Franceschiello», parole sue, mi convoca dopo un’intervista a Pansa di Repubblica in cui avevo detto che il riformismo una volta era Amendola adesso era Craxi (titolo di quei fessi di giornalisti: “Giuliano il convertito sulla via di Bettino”, che fantasia). «Perché non fai il capolista socialista alle elezioni a sindaco di Torino?». Risposta. «Non è una sfida, è una provocazione, fino a un paio di anni fa ero lì con i miei vecchi compagni, non sarebbe elegante, non trovi?». «Giusto». Finii a Reporter a fare il praticante, con molto gusto, Ronchey mi aveva raccomandato al Corriere, Craxi agli ex di Lotta Continua. Molto gusto in entrambe le situazioni, sono un giornalista raccomandato, ecco.

Secondo consiglio, non seguito. «Non ti chiudere nel pentapartito, non è il momento, il muro è crollato, l’idea di annetterli, i comunisti, non funziona, da’ retta a quel serpente di Martelli, rientra in movimento in modo creativo e provocatorio, inventati una politica per fottere la Dc al governo e il Pci all’opposizione, non smettere i tuoi due ruoli storici, lascia stare Amato che definendo incostituzionalissimi i referendum sulla preferenza unica non ti fa un favore, sii maggioritario con coraggio, lascia stare il forlanismo di Baget Bozzo e i consigli sulfurei di Confalonieri». «Caro Giuliano, se passa la preferenza unica io chiudo il partito». Sbagliato, inoppugnabile. Cose che succedono in politica, arte della contraddizione.

Terzo. «Privatizza la Rai, è l’unica riforma importante a costo zero, anzi ci si guadagna». «Ma sei matto?». Inoppugnabile, sbagliato.

Quarto. «Tratta i comunisti con sottigliezza e duttilità, sono una élite importante del paese». «Con loro non c’è niente da fare, se non annullarli. Per loro io sono e sarò sempre l’assassino di Berlinguer, il ladro, la trippa alla Bettino». Sbagliato, inoppugnabile.

Quinto. «Non fare l’antiamericano, non ha senso, hai giustamente mandato i carabinieri a Sigonella, per rivendicare il potere dell’esecutivo in materia internazionale, atto gollista. Ora ti metti con Occhetto a fare dichiarazioni contro i bombardamenti sulla Libia di Gheddafi, mi sembra una trovata assurda». «Lo so, Giuliano, me lo hai detto anche da Radio Londra su Canale 5 in prima serata. Ma io faccio politica». Inoppugnabile, sbagliatissimo. E io a spiegare alla Cia che aveva messo i missili a Comiso, che era l’unico vero politico anticomunista antisovietico e americano in Italia, la Cia capiva ma l’amminisitrazione no.

Sesto. In casa di un’amica, a dissoluzione della società italiana e della Prima Repubblica inoltrata. «Ti ho portato in regalo i saggi di Montaigne. Leggili». «Avrei bisogno di una pistola». Inoppugnabile, ma in certo senso anche sbagliato.

Settimo. Dopo il voto del Parlamento che gli dava ragione sul fumo di persecuzione, mentre abrogavano l’articolo 68 della Costituzione per compiacere i magistrati e difendersi in modo micragnoso dalle loro grinfie, limandogli le unghie con conseguenze epocali che ancora adesso scontiamo. Dopo le monetine che gli tirarono mentre veniva da me in tv a farsi intervistare anche sulla questione dei quattrini («Quello che ho personalmente dopo mezzo secolo di vita politica si sa, niente»). «Bettino, va’ a Parigi, solleva la questione internazionale del voto parlamentare abrogato con il contributo malsano e paragolpista delle massime autorità istituzionali. Forma un comitato e chiedi a Mitterrand il sostegno dell’esilio, ma a Parigi, dove certe battaglie si possono ancora fare». «No, vado a Hammamet dove ci sono tre servizi segreti che mi proteggono in casa mia, ne ho bisogno». Inoppugnabile, sbagliatissimo.

Ad Hammamet, con Jannuzzi, un paio di anni prima della morte, luogo sobrio e amabile che Lino ed io non avevamo mai frequentato prima. Al grande latitante: «Sei relativamente in forma, ma devi contenerti in tutto, e non devi pensare che l’Italia sia in rotta verso la rivolta. Gli italiani obbediscono a quelli che vincono». «Non hai capito. Fra un poco incendiano i municipi al Sud». Mi sono cadute le braccia, gli ho dato un bacio, me ne sono poi andato dopo una passeggiata in riva al mare con lui già roso dal piede diabetico, e ho saputo che quando è morto nonostante tutto aveva una copia del Foglio sul comodino. La notizia della sua morte me la diede piangendo Berlusconi.

Foto Ansa

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