«Dopo la guerra delle armi, ora combattiamo la guerra della fame»

«Il conflitto ad Aleppo non è finito». Intervista a padre Ibrahim Alsabagh che ci racconta la situazione nella città siriana

«Non è vero che la guerra ad Aleppo è finita tre anni fa. Mentre io sono qui in Italia, cadono razzi e bombe lanciati dai ribelli su Jamiet al-Zahra e Hamdaniya, i due quartieri più occidentali della città. Nel corso di questo mese sono morte già 12 persone e vari edifici sono stati distrutti. È il modo con cui i jihadisti si vendicano dell’offensiva governativa nell’Idlib, da dove non lasciano uscire i civili che vorrebbero trasferirsi in luoghi più sicuri, e invece cadono vittime del fuoco incrociato». Padre Ibrahim Alsabagh, parroco francescano della parrocchia latina di Aleppo, è in Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica sul fatto che le sofferenze dei siriani e le traversìe dei cristiani non sono affatto finite, anche se i media europei si occupano ormai di altre crisi internazionali: Libia, Iran, ecc.

Gas e elettricità

«Stiamo combattendo contro due mostri: il freddo e il carovita», esordisce. «Il gasolio per il riscaldamento scarseggia a causa delle sanzioni contro la Siria e contro l’Iran, solo in alcune zone della città si riesce ad acquistare quello del governo a prezzo calmierato, che è circa la metà del prezzo di mercato. Per le bombole del gas da cucina bisogna fare la fila dalle 5 di mattina, e magari si riesce a fare l’acquisto alle 11. C’è gente che si fa pagare per tenere il posto nella coda a chi non può stare lì tutta la mattina dall’alba. L’elettricità va e viene in modo del tutto irregolare anche nei quartieri più centrali di Aleppo come il nostro: ciò provoca cortocircuiti e incendi. La città continua ad essere economicamente soffocata perché continua a non disporre più del suo hinterland: a nord ci sono i territori controllati dai turchi e dai curdi, a ovest c’è la regione dell’Idlib dove i governativi combattono contro i jihadisti. L’autostrada che collegava Aleppo al sud del paese continua ad essere impraticabile: adesso è sotto il fuoco dell’esercito, che cerca di riconquistarla da anni. A questi problemi di vecchia data si è aggiunta la crisi del Libano: per tutti gli anni della guerra è stato un polmone per la Siria, tanti avevano spostato lì i loro conti bancari e attività finanziarie per aggirare le sanzioni. Ma da quando sono iniziate le proteste di piazza, anche il sistema bancario libanese è andato in difficoltà: le banche restano chiuse per giorni a causa delle manifestazioni, e quando sono aperte non permettono di prelevare più di 1.000 dollari alla settimana dai conti correnti bancari. Anche per chi deve aiutare i poveri e i bisognosi questo è diventato un grosso guaio».

La guerra della fame

L’insieme di tutti questi problemi, ai quali vanno aggiunti i contrasti fra il presidente e l’uomo d’affari più ricco del paese, suo cugino Rami Makhlouf, hanno provocato una forte svalutazione della lira siriana, che negli ultimi dodici mesi ha perduto metà del suo valore rispetto al dollaro, e nelle sole due prime settimane di gennaio 2020 il 33 per cento, col cambio che passava da 900 a 1.250 lire siriane per un dollaro. «Il governo ha arrestato alcuni speculatori e ha aumentato alcuni stipendi, ma non abbastanza da restituire il potere d’acquisto dei salari eroso dall’inflazione», riprende padre Ibrahim. «Ormai i siriani parlano di “guerra della fame” che ha preso il posto della guerra con le armi, che si continua a combattere nell’Idlib e nelle campagne attorno ad Aleppo. Quasi la metà delle 580 famiglie della nostra parrocchia vive sotto la soglia della povertà assoluta: recentemente abbiamo tenuto una riunione di emergenza per deliberare l’acquisto e il dono di 100 litri di gasolio a 250 nostre famiglie che altrimenti morirebbero letteralmente di freddo. Altre risorse importanti vanno alle cure mediche: è vero che in Siria funziona il progetto Ospedali Aperti per curare nelle cliniche private malati gravi che non hanno da pagare, ma ad Aleppo non c’è nessuno convenzionato per chi ha bisogno di chemioterapia, e la nostra gente dovrebbe andare a Damasco. Insieme ai pacchi alimentari periodici, ai pannolini e al latte in polvere per i neonati, queste sono le nostre spese principali».

Ci sono anche buone notizie

La situazione delle comunità cristiane – ad Aleppo ci sono 12 Chiese orientali, metà cattoliche e metà ortodosse, più la Chiesa latina – resta precaria: «I cristiani rimasti sono solo il 25 per cento di quelli che risiedevano prima che iniziasse la guerra civile in città nel luglio 2012. Fra i latini l’esodo si è arrestato dopo la vittoria dei governativi nel dicembre 2016: nel 2017 sono partite 50 famiglie mentre altre 50 sono rientrate, l’anno scorso 2 famiglie sono espatriate e 2 sono tornate qui dal Venezuela! Ma fra le altre comunità le cose vanno peggio: l’esodo degli armeni, che erano molto numerosi, è proseguito; hanno riparato la loro cattedrale, la chiesa dei 40 Martiri, ma l’esodo è continuato a causa di vari problemi. Il clero cattolico è rimasto in città per il 99 per cento, ma quello ortodosso ha conosciuto una flessione legata all’emigrazione di famiglie che c’è stata. Ma ci sono anche buone notizie: tutte le chiese del quartiere di piazza Farhat, devastate nell’attacco dell’aprile 2015, sono state riparate e riaperte al culto tranne quella maronita di sant’Isaia. C’è stata una ripresa dei matrimoni, e io posso testimoniarlo perché sono il responsabile dei corsi prematrimoniali per le sei Chiese cattoliche di Aleppo. Il nostro catechismo ha 650 iscritti, e nonostante il clima di incertezza di questi giorni, che ha spinto le autorità a chiudere le scuole e le banche per ragioni di sicurezza, domenica 450 si sono presentati in parrocchia per le lezioni. È attivo anche il centro per la formazione dei catechisti di tutte le 13 chiese di Aleppo, coordinato da noi francescani: ci sono 120 iscritti che faranno i catechisti gratuitamente. Abbiamo celebrato la Settimana per l’unità dei cristiani con un convegno e preghiere comuni presso la chiesa armena dei 40 Martiri e abbiamo trovato le forze anche per alcuni progetti sponsorizzati dalla Chiesa nei quartieri musulmani di Aleppo Est: voi li conoscete perché li avete raccontati su Tempi e sono stati presentati anche al Meeting di Rimini. Lì chiaramente il nostro contributo è una goccia nel mare del bisogno: dal punto di vista quantitativo fanno molto di più le organizzazioni caritative islamiche internazionali, alle quali il governo ha permesso di intervenire. Le sorveglia attentamente: sono stati ritirati alcuni permessi per casi di corruzione o quando l’intervento assumeva tonalità politiche».

Non dimenticatevi di noi

Padre Ibrahim conclude con un appello accorato: «Siamo riusciti a salire sopra l’onda che stava per travolgerci, grazie a Dio e a tutti quelli che ci hanno aiutato. Ma il momento decisivo per evitare che la presenza cristiana sia spazzata via da Aleppo viene adesso. Non dimenticatevi di noi».