L’informazione “anarchica” di Wikileaks distillata dal club dei soliti ricconi (che, guarda caso, iniziano con Giussani)

Queste “soffiate” che appaiono su Repubblica sono sospette. Chi le seleziona, chi ce le somministra? Oggi si rischia di essere meno informati di venti o trent’anni fa

Guardate come è bella l’informazione democratica in formato oligarchico. Ci sono fenomeni, tipo Julian Assange, che si presentano con l’aura anarco-insurrezionale e sostengono di combattere con la trasparenza l’arroganza del potere. Poi, questi pseudoanarchici e disinteressati nostri “benefattori”, li vediamo colpire sempre i soliti noti. Chiese e papisti, passando dalle ambasciate occidentali ed evitando di disturbare certi fanatici religiosi o grossi governi orientali dalle mani lunghe e pesanti. Ma c’è un secondo filone di “spioni” dal cuore lindo e gentile.
Lo si è scoperto in questi giorni di cosiddetta “Wikileaks dei paradisi fiscali”. Tale filone fa capo all’International consortium of investigative journalists (Icij). In realtà, come è stato ben illustrato dal Foglio di sabato 6 aprile, il “consorzio internazionale dei giornalisti investigativi” altro non è che la longa manus di un’organizzazione finanziata da ricchi americani che si reputano “buoni e puliti” e promossa dai medesimi all’uopo di denunciare i “ricchi sporchi e cattivi”. Coincidenza vuole che tra il centinaio di testate giornalistiche selezionate in tutto il mondo per far parte di entrambi i club consorziati – Wikileaks classica e Wikileaks paradisi fiscali – la prescelta per l’Italia (non si sa da chi e sulla base di quali criteri) è l’Editoriale Repubblica-Espresso. Editoriale che, dopo aver immagazzinato qualche milione di cable classici e gigabyte fiscali, ora si appresta a farne commercio sulla base della solita morale democrat, ultimamente infilzata anche dal presidente Napolitano.

Insomma, questa ennesima fortunata elezione nel mondo delle “soffiate” moralizzatrici (come i lettori già sapranno, stiamo parlando di testate di un club molto indigeno, esclusivo e già da molti anni avvezzo al consorzio con le procure) ci rinvia a problemi che non avremmo immaginato potessero insorgere al tempo in cui, si dice, la rete offre ai cittadini la possibilità di verificare le notizie. E, quindi, si dice, di non restare in balìa delle eventuali manipolazioni da parte delle grandi oligarchie dell’informazione. Come dimostra il caso dell’Editoriale in questione, succede esattamente il contrario.

Succede che oggi si rischia di essere meno informati di venti o trent’anni fa. Perché? Perché se al tempo in cui non esistevano reti internet e consorzi giornalistici tu sapevi o non sapevi certe notizie, oggi tu sai soltanto che una notizia è sempre più spesso il prodotto di un comando che per tramite di certi giornali e siti web “autorizzati” ti seleziona e ti somministra i “leaks”, le soffiate, utili a irrobustire un certo pensiero unico del mondo. Insomma, oggi il pubblico è in balìa di una sorta di “cartello di Medellin” dell’informazione che crea e diffonde notizie sempre più drogate, omologate e di origine controllata. Che poi Repubblica abbia inaugurato la trasmissione dei leaks in cable con gli appunti di quarant’anni fa di un console americano, riguardanti un grande prete (don Luigi Giussani) e il suo movimento (Cl), questo risulta doppiamente strano, due volte misterioso e per troppi versi assurdo. A meno che serva a nascondere il vecchio e opacissimo merletto del poterazzo oligarchico. Che ne colpisce uno, per educarne cento.