Così il divorzio breve darà lunga vita al Frankenstein islamista

Sta vincendo l’adorazione del nulla, l’idea abietta che l’altro è l’inferno. Il divorzio breve è il rifiuto della possibilità di una grazia, di un imprevisto

divorzio-shutterstock_185848970Articolo tratto dal settimanale Tempi in edicola (qui la pagina degli abbonamenti) – Non mi dispiace per me, ma per i miei nipoti, se ne avrò. Diventa più difficile contrastare l’invadenza di un umanesimo anti-umano nei rapporti tra sé e l’amato/a, soffriranno di più in un mondo meno bello, e non va bene.

Il divorzio breve è stato approvato dal parlamento senza bisogno di campagne radicali. È scivolato come un bicchiere di tamarindo nell’indifferenza generale. La professoressa Michela Marzano, che ha studiato a Parigi, ed ora si lamenta di essere finita deputata, è intervenuta citando «Søren Kierkegaard, nel XVIII secolo, in un libro: Aut-Aut». Sbaglia due volte in mezza riga: il libro è Enten-Eller maltradotto in Aut-Aut, ed è del 1843. Dunque del XIX secolo. Cornelio Fabro che ha dedicato una vita a quel testo, ora, se non fosse in Cielo, si rivolterebbe nella tomba. Ma non è questo. Il fatto è che ne capovolge il senso. Trasforma Kierkegaard nel filosofo che teorizza l’eternità dell’amore come sentimento e la sua impossibilità come giudizio cui conformare la vita.

In realtà Kierkegaard è tutto nella lotta tra questi due poli dell’uomo: essere finito che aspira all’infinito. Si firma Victor Eremita e desidera la comunione. Infatti se l’amore vero, quello eterno, è sentimento e basta, chiudiamo la baracca. Il sentimento-amore è un torrente, una fiumara che d’estate si inaridisce e poi a un temporale irrompe come una tempesta, e guai se ne fossimo privi. L’amore come giudizio commosso è l’«immenso mare» di cui parlava Cechov e che trova le sue pagine di infinito in Agostino. Una civiltà della verità e dell’amore, come dicevano Paolo VI e Giovanni Paolo II, non può accettare la banalizzazione del matrimonio a evanescenza. Kierkegaard è tutto nella categoria di possibilità, la preghiera come possibilità.

La mia tesi è che il divorzio breve sia un perfetto esempio di incontro post-moderno tra la nostra civiltà ormai nichilista e quella islamica. Si rifletta. Il Corano prevede il ripudio istantaneo. Basta pronunciare l’apposita frasetta davanti a un testimone. Per ora a pronunciare la formula di rottura possono essere solo gli uomini. Ma con il tempo, quando gli imam si apriranno ai diritti delle donne, saranno tali e quali i trombettieri della unione libera e solubile.

In realtà sta vincendo l’adorazione del nulla, l’idea abietta che l’altro è l’inferno. Il divorzio breve è il rifiuto della possibilità di una grazia, si rinuncia a che accada qualcosa, che possa trasformare l’aridità improvvisa del sentimento in un amore solido e largo. Dove l’altro sia visto nella sua irriducibilità di persona con cui è desiderata una comunione piena.

In fondo l’idea di persona è solo originata dal cristianesimo, non esiste nel Corano, dove c’è solo il diritto della umma, la comunità, e non del singolo, e non esiste nell’illuminismo radicale e infelice per cui gli uomini sono individui-cittadini, e a prevalere dev’essere per forza il diritto di slegarsi, di correre verso lo zero. Così dai ruderi della civiltà cristiana si è passati a una specie di Frankenstein nichilista-islamico.

Che cos’è accaduto in questi anni?

Vale l’osservazione riferita da Luigi Giussani citando lo storico inglese Christopher Dawson: «Una civiltà cristiana non è certamente una civiltà perfetta, ma è una civiltà che accetta lo stile di vita cristiano come normale». Non siamo più in una civiltà cristiana da un pezzo. Ma adesso abbiamo rinunciato anche alle sue rovine.

Sia chiaro. Non è una civiltà cristiana e tantomeno una legge a dare la felicità e la salvezza. La grazia è sempre possibile, lo Spirito soffia dove vuole. Ma l’oscurità si fa più densa, e mi spiace. Vorrà dire che la luce di un miracolo sarà più visibile. Inshallah.

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