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«Dio mi ha salvata da Boko Haram»

luglio 11, 2018 Redazione

La testimonianza di Joy Bishara, una delle 276 ragazze rapite in Nigeria a Chibok dai terroristi nel 2014: «Dopo la fuga sono diventata davvero cristiana. È incredibile quello che Dio ha fatto nella mia vita»

«Ho pregato chiedendo a Dio di salvarmi e lui lo ha fatto. So che è stato merito suo». Joy Bishara è una delle 276 ragazze rapite in Nigeria a Chibok da Boko Haram nel 2014. Un centinaio di loro sono ancora nelle mani dei terroristi islamici, tante sono state salvate negli anni e lei è stata una delle prime. Caricata con tutte le altre sul camion diretto nella roccaforte jihadista, la foresta Sambisa, è riuscita a saltare giù dal veicolo in corsa, scappare a perdifiato per ore nella boscaglia e tornare a casa poche ore dopo il rapimento.

TRAVESTITI DA SOLDATI. Joy, che ha ottenuto asilo politico negli Stati Uniti e l’anno scorso ha preso il diploma in un liceo in Virginia, ricorda in un’intervista a International Christian Concern la notte in cui i jihadisti hanno fatto irruzione nel dormitorio della sua scuola. I Boko Haram sono arrivati travestiti da soldati, «ci hanno detto di non correre e di non preoccuparci perché ci avrebbero protetto loro, così nessuna di noi è scappata».

«ALLAHU AKBAR». Una volta uscite dal dormitorio, le ragazze hanno visto che molti degli uomini armati con kalashnikov e granate non indossavano l’uniforme «e abbiamo capito che eravamo nelle mani di quei Boko Haram di cui tanto avevamo sentito parlare. Ma ormai era tardi per fuggire». Dapprima, Joy si è sentita sollevata: «Ho pensato: “Meno male che la nostra è una scuola femminile”. Sapevamo che uccidevano i maschi e non le femmine. Gridavano “Allahu Akbar” e ci dicevano di non osare mai più andare a scuola».

IL RAPIMENTO. Poi le hanno portate davanti a un grosso camion, «così alto che per salire abbiamo dovuto prima salire sul tetto di un’auto più piccola per riuscire ad arrampicarci», offrendo loro due possibilità: «Ci hanno detto: “Potete restare qui ed essere uccise o venire con noi e restare vive”». Tutte sono salite sul camion, che è partito sollevando un’enorme nuvola di polvere che non permetteva di vedere la strada.

«DIO MI HA SALVATA». «A un tratto», ricorda Joy, il camion ha cominciato a rallentare, come se si fosse fermato. «È successo pochi minuti dopo la mia richiesta a Dio di aiutarmi. So che è stato lui a fermare il camion. Gli ho chiesto di salvarmi e lui lo stava facendo. Ho sentito una voce dire “salta giù” e ho pensato che era Dio che mi stava dando l’opportunità di salvarmi, proprio come avevo chiesto. So che Dio può fare tutto» e così, nonostante l’altezza e il timore di morire per l’impatto, Joy è saltata insieme a un’altra amica e ad altre ragazze.
Per ore ha corso senza voltarsi indietro nella boscaglia, fino a quando non ha incontrato un motociclista, che l’ha aiutata a tornare a casa. «Dopo la fuga sono diventata davvero cristiana. Non si può mai dire quali siano i piani di Dio. Bisogna solo ascoltare e obbedire. È quello che ho fatto. Quando sono arrivata qui negli Stati Uniti mi sono battezzata. È davvero incredibile quello che Dio ha fatto nella mia vita».

LIBERATE LEAH. A partire dal 2009 Boko Haram ha rapito migliaia di ragazze, senza che il governo nigeriano sia mai riuscito a fermare l’organizzazione terroristica. L’ultimo sequestro di massa è avvenuto il 19 febbraio a Dapchi, nello stato di Yobe: 111 ragazze sono state prese e 105 successivamente liberate. Se cinque giovani sono morte nelle mani dei jihadisti, una sola ragazza del gruppo di Dapchi è ancora prigioniera: Leah Sharibu, che i Boko Haram non hanno voluto liberare perché lei si è rifiutata di convertirsi all’islam. Da mesi l’Associazione cristiana della Nigeria chiede che il governo si impegni per il suo rilascio: «Leah Sharibu non deve morire. La sua morte, Dio non voglia, potrebbe portare all’implosione la Nigeria innescando una guerra religiosa. Leah è diventata l’ambasciatrice del cristianesimo nella Repubblica di Boko Haram e chiediamo che possa tornare sana e salva a casa dai suoi genitori».

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