Depressione, allarme Usa. Troppe diagnosi errate: tristezza scambiata per malattia e bombardata coi farmaci

Boom di pillole contro il “male di vivere”. Ma secondo studi citati dal New York Times solo il 38 per cento delle valutazioni mediche “positive” è corretto

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

In luglio il New York Times aveva denunciato, attraverso il rapporto dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), gli organismi di controllo della sanità pubblica degli Stati Uniti, il fenomeno dell’abuso dei cosiddetti “painkiller” (killer del dolore), gli antidolorifici e gli oppiacei, a volte assunti contemporaneamente, che proprio a causa degli eccessi uccidono 18 donne al giorno. Oggi il quotidiano americano punta ancora i riflettori su un altro fenomeno simile: l’abuso delle prescrizioni di antidepressivi, farmaci ampiamente sponsorizzati attraverso i media americani e spesso usati impropriamente contro dolori fisiologici confusi con malesseri patologici.

I DATI. Secondo le fonti citate da New York Times ricorre agli antidepressivi un americano su dieci. Il picco? Fra le donne tra i 40 e 50 anni di età, che fanno registrare un tasso del 25 per cento. Sono cifre ancor più preoccupanti se si considera che nella fascia di età superiore ai 65 anni su sette persone considerate “depresse” ben sei non lo sono affatto: diagnosi sbagliata. A svelarlo è una pubblicazione dell’aprile scorso apparsa sul Journal of Psychotherapy and Psychosomatics: un’indagine effettuata su 5 mila pazienti giudicati depressi di diversa età ha dimostrato che due su tre non erano veramente malati (solo il 38,4 per cento delle valutazioni mediche era esatto). Ma, si legge, «lo studio non è il primo a rivelare i numerosi “falsi positivi”».

LE CAUSE. Le cause del fenomeno sarebbero simili a quelle per cui si abusa degli antidolorifici: «La televisione – scrive il New York Times – fa pubblicità agli antidepressivi, di solito le assicurazioni li coprono, limitando invece il ricorso alla terapia della parola». Una donna di 50 anni, che chiede l’anonimato, racconta al quotidiano di avere assunto questi farmaci dopo la morte del marito, ma era stato il suo medico a insistere, mentre a lei quella tristezza sembrava normale. «Mi ha detto: “Devi funzionare, devi lavorare, hai una figlia da crescere”», racconta la vedova. Non c’è però solo questo. Sono anche i pazienti spessi a domandare sempre più pillole. A spiegarlo è Ramin Mojtabai, professore della Johns Hopkins Bloomberg School of Publich Health: «Sentimenti di tristezza, stress della vita quotidiana e problemi relazionali causano dispiaceri che possono passare senza durare a lungo. Ma gli americani sono diventati sempre più propensi a usare i farmaci per gestirli».

RIMEDI? Come per l’abuso dei “painkiller”, anche nel caso degli antidepressivi il problema è dunque una tendenza alla “medicalizzazione” di tutto, anche della tristezza. Con i farmaci però le persone possono rimuovere i sintomi delle proprie sofferenze, senza ma raggiungere la radice del problema. Per questo lo scorso anno «l’Associazione dei medici di base olandesi ha esortato a prescrivere gli antidepressivi solo in casi gravi», spiega il New York Times. In mancanza di altri supporti affettivi stabili, l’alternativa agli antidepressivi è il ritorno al colloquio psicologico. Non si sa per quale via, ma si avverte come la necessità di fare marcia indietro, cercando di sostituire le pillole con i rapporti umani.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •