«Decideremo dopo i congressi di giugno se proseguire l’esperienza a Roma o no»

L’europarlamentare Matteo Salvini (Lega): «La situazione è in evoluzione. Stiamo valutando il nostro futuro in un Parlamento che non agisce per il bene del Nord».

Per una volta si ritrovano in un luogo insolito, lontani dalle loro roccaforti. I leghisti, uno zoccolo duro di militanti di tutte le età, si accalcano nella libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano per la presentazione del libro Lega & Padania (di Gianluca Passarelli e Dario Tuorto). È atteso Roberto Maroni tra i relatori, insieme al sociologo Renato Mannheimer e Piero Ignazi, giornalista de L’Espresso. Tutto è pronto per cominciare, davanti a un esercito di persone in piedi: all’ultimo momento Maroni è sostituito dall’europarlamentare Matteo Salvini, ma questo non scalfisce affatto l’umore dei partecipanti, che trasudano viva simpatia per lui. La prima parola è di Mannheimer: «La Lega è rimasto l’ultimo partito tradizionale, l’unico forse insieme ai Radicali, che però hanno poco di tradizionale. Il Carroccio è l’ultimo rimasto con bandiere e sezioni di partito, grazie alla sua capacità di adattamento. Oggi tra gli elettori c’è un immenso bacino di indecisi, un piatto troppo ghiotto perché prima o poi qualcuno non pensi di raccoglierli. La Lega cosa intende fare?».

Salvini risponde pacato, quasi nulla fosse, sebbene la notizia sia di quelle esplosive: «Dove va la Lega? Non è che lo sappiamo ma non vogliamo dirlo. Dalla stesura di questo libro, che rivela dati precisi su di noi, abbiamo 182 mila iscritti. Ma stiamo parlando di cifre riferite a due mesi fa, adesso è tutto già cambiato e ancora può cambiare. , o sia meglio non candidarsi più». Gli altri relatori strabuzzano gli occhi, si sente qualche chiaro brusio («Ma come non vi ricandidate al Parlamento?») ma il popolo dei leghisti non si scompone. Precisa Salvini: «Sì, si può valutare l’esigenza reale di rimanere in un Parlamento in cui difficilmente ci si occupa del Nord».

Gli applausi scattano alla parola “federalismo”, mentre l’unico riferimento a Bossi (Salvini lo cita solo in quanto fondatore del partito) cade nel silenzio. L’intervento del giornalista Ignazi viene continuamente interrotto (“banalità!”, “vergogna!”, “partigiano!”), e il giornalista non riesce a parlare per più di qualche minuto davanti alla platea composta da numerosi i giovani, anche in giacca e cravatta (verde padano, of course). Sono i nuovi leghisti versione metrosexual, molto diversi dai militanti che si vedono abitualmente a Pontida. Giacomo, 32 anni, libero professionista: «Certo che c’è delusione per le ultime vicende. Ma c’è anche tanta voglia di cambiamento, è importante voltare pagina con politici puliti. La base vuole ancora il federalismo. I modelli degli Stati Uniti o della Germania si dimostrano vincenti proprio perché giocano questa carta». Marco, 25 anni, studente: «Di essere leghista non mi vergogno, sono convinto della sostanza delle nostre idee. E non penso che la colpa della sconfitta elettorale sia di Bossi o di Belsito: sono convinto che potremo ancora vincere. Non è vero che i leghisti sono attaccati alle poltrone».

Allora è stata Roma ladrona  a spingere i leghisti a usare i fondi pubblici per le spese di The Family? «No, sono state le lobby economiche riconducibili a Pd e Pdl, i partiti che sostengono il governo Monti, a cui anche alcuni di noi si sono svenduti perdendo di vista l’importanza di stare sul territorio». L’evoluzione del leghista passa anche da qui: i vecchi ritornelli vengono riletti cercando nuovi nemici e suoni anglosassoni anziché i gutturalismi dialettali lùmbard. Un tempo erano i terùn, adesso si chiamano «lobby ed establishment europei, i governi di Francia e Germania», spiega Marco. Che la crisi italiana possa essere nata e germogliata nella decennale esperienza governativa che ha visto pure la Lega protagonista, ai leghisti non passa proprio per la testa: «No, la colpa è del governo Monti. Noi dal 1995 al 2011 non abbiamo mai avuto una crescita del debito pubblico come quella che c’è stata in questi mesi. Il governo tecnico è stato imposto dall’establishment europeo con il preciso obiettivo di impoverire le famiglie e le imprese, le uniche da cui l’Unione europea avrebbe potuto succhiare liquidità».