Damilano (L’Espresso): «La propaganda elettorale impedisce a Bersani e Monti di svelare la collaborazione»

Marco Damilano, cronista politico dell’Espresso spiega a tempi.it che «è dalle primarie che Bersani insegue la centralità» e ora deve «cominciare a dire qualcosa al suo elettorato. Dopo, sarà più difficile»

«È Bersani il centro, non Monti!». Ma Bersani dovrebbe «cominciare a dire qualcosa» ai suoi elettori. Altrimenti sarà «più difficile comunicare dopo» la «collaborazione» Pd-Monti che, per ora, «la propaganda elettorale impedisce a entrambi di svelare». Lo dice Marco Damilano, cronista politico dell‘Espresso, a tempi.it. E, commentando la ricerca della «centralità» che Bersani «insegue dalle primarie», Damilano aggiunge: «Bisogna vedere se il voler fare sintesi di Bersani è attivo o passivo. Altrimenti rischia di incappare nel “maanchismo” che lui stesso condannò in Veltroni del 2008». Oltretutto in uno scenario non certo idilliaco per il Pd che, nonostante l’alleanza con Monti, rischia di perdere il Senato a vantaggio dell’accoppiata Pdl e Lega Nord.

Damilano, le elezioni, per quanto riguarda il Senato, saranno decise da Monti?
Non è detto. Anzi, ad oggi, c’è il rischio che vinca l’alleanza tra Pdl e Lega Nord e che nemmeno l’accordo tra Pd e Monti riesca a formare una maggioranza. Questo spiegherebbe anche la bagarre in corso sulle liste del Pdl: non mi sto riferendo alla vicenda di Cosentino e delle liste pulite, ma all’esclusione di nomi importanti, come Andrea Augello, e – solo per fare un altro esempio – alla messa in posizione ineleggibile di candidati come Osvaldo Napoli, un bravissimo parlamentare e persona perbene, che è anche andato più volte in televisione a difendere l’indifendibile. Piuttosto che un criterio di pulizia interna, mi sembra che se ne stia seguendo uno di fedeltà assoluta alla linea del Pdl, per prevenire eventuali defezioni in Senato, nell’ipotesi in cui Bersani e Monti, un domani, debbano cercare l’appoggio numerico di senatori esterni alle loro liste per ottenere una maggioranza. Uno scenario in cui, a trovarsi in maggiore difficoltà, sono quei pidiellini che, nei mesi scorsi, hanno lavorato per un Monti bis dall’interno del partito.

Bersani, dunque, si è già alleato con Monti? È cosa fatta?
La propaganda elettorale impedisce a entrambi di svelare la collaborazione, ma ci sono segnali che vanno in questa direzione, compreso Vendola – finora il nemico numero uno di Monti – che ha detto che con il premier si può collaborare sulle riforme.

La convince la tattica di Bersani?
Per ora sta fermo. E ritiene che farlo sia appagante. Io, invece, sono convinto che debba cominciare a dire qualcosa. Penso che, a poco più di un mese dalla possibile collaborazione, dovrebbe preparare il suo elettorato a questa evenienza. Altrimenti sarà più difficile comunicarlo dopo. Ma è dalle primarie che Bersani insegue la centralità: è Bersani il centro, non Monti! Il candidato premier del centrosinistra, infatti, parla di continuità rispetto alle politiche economiche del governo Monti ma non solo, rigore ma anche crescita, no alla patrimoniale e una tassazione più equa; vuole riformare anche lui la legge Fornero sul mercato del lavoro ma in senso diverso sia da Vendola sia da Monti, dai quali è equidistante; Vendola parla di ripristinare l’articolo 18, Monti è sulla linea di Ichino e della flexsicurity danese, Bersani sta nel mezzo.

Una posizione di sintesi…
Sì, ma la sintesi, a volte, può essere scomoda. Bisogna vedere se il voler fare sintesi di Bersani è attivo o passivo. Altrimenti rischia di incappare nel “maanchismo” che lui stesso condannò in Veltroni del 2008.