Dacci oggi il nostro “food” quotidiano (e sarebbe meglio non fosse troppo “fast”)

Ieri sedersi a tavola significava guardare negli occhi qualcuno e rapportarsi con lui. E oggi? In un mondo dai ritmi frenetici il food non può essere che fast. Esattamente come le relazioni

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Parole che conosciamo tutti, quelle che si trovano esattamente in mezzo alla preghiera più importante. Ma che cos’è il cibo per noi? Per noi pasciuti di questo Occidente tardo capitalista che gli alimenti li vediamo dietro pellicole di plastica; tagliuzzati e precotti, surgelati quando non del tutto pronti da servire in tavola. Oggi si va di fretta. Chi potrebbe negare l’affermarsi della cultura del fast food? Della logica cronometrica attestata anche in cucina dalla diffusione di apparecchi figli della velocità come il bollitore elettrico o il microonde.
Scagli la prima pietra chi non ha mai trangugiato un panino in piedi, magari camminando e tenendo d’occhio le lancette dell’orologio… E cosa mai vorrà dire questo fast food, letteralmente cibo veloce? Innanzitutto l’espressione ha in sé una contraddizione logica, perché il cibo ha bisogno di tempo, sia per essere preparato sia per essere consumato.

Lord Northcliffe, magnate dell’editoria inglese, ai suoi giornalisti profeticamente diceva che per mantenere vivo l’interesse dei lettori potevano contare su quattro temi invincibili: crimine, amore, denaro, cibo. Ebbene, nonostante tutti dominino indistintamente nella nostra agenda mediatica, solo l’ultimo dei quattro è un aspetto imprescindibile e universale dell’esistenza umana.

L’alimentazione odierna l’uomo l’ha conquistata in primis dominando la cottura, che secondo l’antropologo francese Claude Lévi-Strauss è «l’invenzione che ha reso umani gli umani». La dimensione del cibo si pone a metà strada tra natura e cultura, tra istinto di sopravvivenza e impalcature di significati, a volte del tutto patetici. Vengono alla mente gli inflazionati format televisivi in cui cuochi più o meno improvvisati gareggiano secondo le logiche del fast food, cucinano in tempi strettissimi, mimando però i piatti della nouvelle cuisine. Format dove si dice di tutto ma non si menziona mai che il cibo è e resta un dono. Sottolineatura non di poco conto.

Con un aneddoto che strizza l’occhio allo sport, potremmo rituffarci in quel torpore del luglio 2006, alla vigilia della finale del Campionato mondiale di calcio: Italia-Francia. Il commissario tecnico, Marcello Lippi, se ne esce con quel famoso «Stasera ci sediamo di fronte a una tavola ben imbandita: vincerà chi avrà più fame». E gli Azzurri vinsero perché ebbero fame. Avere “fame” nella vita e della vita è molto importante; lo sanno bene gli studenti figli degli immigrati di prima generazione che non di rado raggiungono profitti scolastici sbaragliando compagni italiani. Lo sanno gli italiani che emigrano all’estero in cerca di fortuna. Lo sanno quelli che restano in un sistema sociale sempre più disorientato.

Che sia il pranzo della domenica, il banchetto di festa o la più scarna tavola quotidiana, è nella condivisione del cibo che si riscopre la natura più squisitamente relazionale dell’uomo. Non sarà forse un caso se il momento eucaristico viene istituito da Gesù proprio durante un banchetto, chissà, magari anche per rammentare di preservare quella convivialità in cui si dialoga, ci si conosce e, facendo ciò, ci si riscopre comunità in cammino. Perché il pane e il vino, il corpo e il sangue si riscoprono tali solo nel vissuto quotidiano di cui l’alimentazione scandisce i ritmi.

Davanti alla regina al plasma
Certo, è difficile costruire convivialità mangiando in piedi, incalzati dal tempo, o tra le tavole domestiche del nuovo millennio dove regna indiscussa la regina al plasma. Ne sono consapevoli i manager devoti alla mensa aziendale, dove più che ritrovare convivialità si discute di strategie vincenti e si studiano le mosse dei concorrenti, ingurgitando qualcosa senza prestare attenzione al gesto. Ma nella ruota del meccanismo delle priorità c’è anche la madre che, per la fretta di uscire, nello zaino del figlio prima di mandarlo a scuola infila una di quelle brioche industriali che se prende mezz’ora d’aria diventa dura come la pietra, accompagnata magari con un succo solo al 40 per cento di frutta.

Parlando di cibo è impossibile non accennare all’enorme spreco che ne facciamo. Gli ultimi dati della Fao dicono che su una popolazione terrestre di 7 miliardi di persone, produciamo alimenti per 12 miliardi, eppure circa 850 milioni soffrono la fame. In Italia ogni anno una famiglia media getta 50 chilogrammi di cibo. Non bisogna essere matematici di professione per fare due più due e capire che c’è qualcosa che non funziona. E perché mai? Semplicemente perché il cibo è sacro. Ce lo ricordano i fratelli ebrei e musulmani, quelli osservanti, i cui ritmi alimentari sono scanditi da tradizioni kosher e halal, dove dalla macellazione al consumo del cibo tutto viene scandito da indicazioni di ciò che è “adatto” e “lecito”.

Ma noi siamo lontani da tutto ciò; siamo piuttosto vicini al cosiddetto junk food, “cibo spazzatura” (anche questa è contraddizione logica), ovvero a tutti quegli alimenti di bassa qualità, ricchi di conservanti, coloranti e sostanze chimiche che proprio bene alla salute non fanno: pop corn, pizza surgelata, patatine fritte e in busta, wurstel, tramezzini sganciati dai distributori in cambio di una moneta, bibite gasate analcoliche e dietetiche e chi più ne ha più ne metta. Insomma, vale il detto dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei. Prima digestio fit in ore, ammoniva il moto latino della scuola medica salernitana, ovvero la prima digestione avviene in bocca. Certo, bisogna vedere però cosa si mette in bocca…

La costruzione dell’identità
Ma se la fame resta quella di cibo, è anche vero che quest’ultimo è strumentale nel sottolineare le differenze tra gruppi sociali e culture. L’alimentazione è una voce importante nella costruzione dell’identità personale, “di genere”, che serve a rafforzare il senso di gruppo. Vengono in mente i Promessi Sposi, quando fra Cristoforo sale al palazzo di don Rodrigo per tentare di distoglierlo dal suo progetto su Lucia. Entrato nella sala, Manzoni racconta: «Don Rodrigo era lì, in capo di tavola… Alla sua destra sedeva quel conte Attilio suo cugino e, se fa bisogno di dirlo, suo collega di libertinaggio e di soperchieria… A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto, il signor podestà, quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a far stare a dovere don Rodrigo. In faccia al podestà, in atto d’un rispetto il più puro, il più sviscerato, sedeva il nostro dottor Azzeccagarbugli, col naso più rubicondo del solito…». Insomma, il cibo ridefinisce anche i rapporti di potere.

Troppo spesso ci dimentichiamo che, oltre che funzionale alla sussistenza, l’atto di mangiare è caratterizzato da una forte componente semantica: il cibo è anche fonte di relazione. Ad esempio, prepararlo in casa è atto d’amore. In generale, fermarsi a mangiare vuole dire creare occasioni di dialogo. Perché alimentarsi è anche un processo simbolico. Come la tavoletta spezzata in due nell’antica Grecia, il sumbolon appunto, permetteva con il combaciare delle due parti di riconoscere i possessori legittimi, così l’alimento è un continuo rimando a qualcos’altro, a un alterità che sta oltre noi, da cui comunque dipende la nostra stessa possibilità di nutrirsi. In altri termini, consumato nel modo più naturale, il cibo ha in sé una capacità essenziale, che poche altre dimensioni del nostro quotidiano hanno: ci fa riscoprire bisognosi di qualcosa, affamati, non autosufficienti.

Giovani bulimiche o anoressiche, tra i più gravi disturbi dell’adolescenza, e non solo, ci ricordano che anche i problemi psicologici passano attraverso il cibo; tanto che il semiologo Roland Barthes sentenziò che parlare e mangiare sono attività inseparabili. In effetti, oggi i nostri stessi ragionamenti sono spesso metaforicamente attanagliati dalla logica del “cibo veloce”, del pensiero prêt-à-porter, quello istantaneo e immediato, perciò non di rado omologato. Così in cucina, a una “cottura” lenta che esalti i sapori, si preferisce un approccio da barbecue. E chiunque ne abbia fatto uno sa quanto sia facile che la carne bruci fuori, restando cruda all’interno; un po’ come i pensieri dominanti, quelli per cui bisogna dire qualcosa a ogni costo, magari strillarlo con slogan da manifesto. Poi vai a vedere cosa c’è dietro e scopri un vuoto abissale. Carne cruda.

L’insegnamento dei nonni
Ed ecco che è servito un “pensiero del barbecue”, figlio di una “cucina” conformista, da catena di montaggio; creatura più dell’indifferenza e della pigrizia che della ponderazione e della passione, il cui emblema potrebbe essere l’hamburger. Ma il pensiero non può essere credibilmente paragonato all’hamburger, piuttosto la vera attività del pensiero in cucina verrebbe da paragonarla alle polpette, che hanno bisogno di tempo per rapprendersi. A questo proposito i frati nel refettorio ci insegnano che si può mangiare senza furia, che è possibile sfamarsi senza ingordigia trasformando ogni boccone in gioia e, perché no, in mite preghiera.

Perché se è vero che in qualche modo siamo anche ciò che mangiamo, forse bisognerebbe anche ricordarsi dei nostri nonni che, contadini o impiegati, a un certo punto si fermavano, tiravano in barca i remi, si stiracchiavano e si sedevano da qualche parte e magari mormoravano due parole di ringraziamento per quel cibo, che non rinunciavano ad innaffiare con del vino, poco ma buono. E lentamente davano vita al rituale più antico di sempre, mangiare.
Alla luce di quanto detto e dei tempi in cui viviamo, viene alla mente il film Onorevoli, e il grande interprete di un’epoca, Totò, nel personaggio di Antonio La Trippa, che parlando di cose “serie” domanda: «A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?».