«I cristiani stanno ancora subendo il martirio, l’esilio, milioni di profughi»

Intervista al cardinale Béchara Boutros Rai, patriarca maronita di Beirut. «Non dobbiamo avere paura dei servi di Satana»

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Il Medio Oriente resta il cuore pulsante della geopolitica mondiale, il luogo deputato per quella “struttura altamente specializzata” che in medicina si definisce sinapsi, dal greco toccare e connettere, per l’appunto. Per cercare di tenere il passo alla “guerra non convenzionale” scatenata dai terroristi dell’Isis è sempre utile farsi un giro dalle parti di Beirut, in Libano e quindi spostarsi di 215 chilometri, e raggiungere Tel Aviv.

«I musulmani integralisti ci reputano deboli», dice il patriarca cristiano maronita di Beirut, cardinale Béchara Boutros Rai, «perché non facciamo figli, le nostre famiglie sono sempre meno numerose, c’è paura per il futuro. Gli islamici invece contano sulla forza demografica, poiché in media in ogni famiglia vi sono non meno di 5/6 figli, spesso privati di un’autentica istruzione. Questa battaglia demografica rischiamo seriamente di perderla, con tutte le conseguenze che ne deriveranno. Le armi dell’Isis sono l’indottrinamento fanatico, ai loro occhi noi siamo fragili, dialoganti, troppo comprensivi, i nostri principi cristiani per gli islamici integralisti vengono visti come esempi di pavidità. La nostra è l’unica Chiesa d’Oriente rimasta sempre fedele alla Santa Sede. Dal IV secolo in poi abbiamo rappresentato un esempio di convivenza tra tutte le religioni, un incrocio di popoli, di culture e di profughi. I musulmani libanesi sono diversi da quelli di altri paesi islamici, perché in Libano i cristiani hanno sempre ricordato che Maria era una ragazza ebrea, madre del nostro Salvatore Gesù, figura di donna venerata anche dall’islam. Abbiamo trasmesso valori morali e spirituali di democrazia, libertà, convivenza, rispetto dei diritti dell’uomo. Non a caso il Califfato è condannato dai nostri musulmani moderati. Tanto che gli integralisti dell’Isis ci considerano tra i loro peggiori nemici. Oggi, come molto spesso è successo nella nostra storia secolare, i cristiani stanno ancora subendo il martirio, l’esilio, milioni di profughi».

Quando chiedo al patriarca come reagire di fronte a questo orrore crescente e quotidiano, il cardinale Rai si concentra qualche secondo, per poi aggiungere: «Dobbiamo seriamente prendere atto, come ci ricorda molto spesso il Santo Padre, che si sono nuovamente dischiuse le porte dell’inferno, del male assoluto. Siamo di fronte ad una guerra mondiale condotta a pezzi. Non esistono zone immuni. Quella che gli esperti di strategie militari definiscono “conflitto asimmetrico”. Una guerra figlia dell’odio, della disinformazione, della non cultura, del fanatismo, del crollo dei valori morali, del cinico sfruttamento dei più deboli che non sono nemmeno in grado di comprendere che vengono plagiati, manovrati, indottrinati da maestri del terrore senza scrupoli. Certo, i cristiani devono e possono reagire, devono rispondere col dialogo continuo, permanente, tra tutte le religioni, siamo tutti figli di Dio e non esiste alcuna “guerra santa”. Non dobbiamo avere paura dei servi di Satana. Noi libanesi siamo passati attraverso durissime prove e un’atroce guerra civile che è durata oltre vent’anni. E tuttora permangono strascichi. Molto di ciò che accade oggi nel mondo, a partire proprio dagli attentati nei luoghi pubblici, come quello di un anno fa contro il settimanale Charlie Hebdo o la strage al Bataclan di Parigi – una città che per i libanesi è una seconda capitale – ci rimanda a quegli anni, dove non a caso vennero sperimentate le stesse metodologie terroristiche: l’uso delle voiture piègèe (auto imbottite di esplosivo, ndr) i cecchini, gli attentatori suicidi, la caccia al cristiano, gli attacchi multipli, tecniche che oggi vengono usate dai terroristi islamici dell’Isis. Anzi ci sarebbe di che riflettere su un certo modus operandi. È significativo che solo quando tutta la comunità internazionale si schierò apertamente e prese posizione inviando a Beirut propri contingenti costituiti da migliaia di soldati, fra i quali vi erano anche gli italiani, la catastrofica situazione sul campo si congelò, cessarono i massacri, poi, lentamente, nel volgere di un anno e mezzo, la situazione iniziò a cambiare radicalmente. Oggi non possiamo certo invocare l’intervento di una forza militare multinazionale contro l’Isis, gli attacchi avvengono dappertutto, ma si può agire con grande efficacia mobilitando le coscienze di tutti gli uomini di Dio nel mondo. Costruendo una catena ideale che circondi la nostra Terra facendo capire che i cristiani non cederanno mai».

Dalla scimitarra all’AK -47 il percorso non è poi così lungo. Ciò che sta accadendo nel cosiddetto Medio Oriente allargato, il Levante, includendo la Turchia, l’Iraq, l’Iran, il Qatar, il Pakistan, l’Afghanistan, l’area del Mediterraneo Orientale: Libia, Siria, Giordania, fino all’Arabia Saudita ha origini antichissime e registi degni di Hollywood. Una miscellanea geografica unita da un collante molto forte: far condurre (ufficialmente dal giugno 2014) al Gruppo Militare Sunnita, comunemente conosciuto come Isis, la guerra sul campo e sul teatro internazionale contro l’Occidente cristiano-giudaico. L’obiettivo è ridefinire i confini del Medio Oriente e non solo.

Le due potenze regionali, Arabia Saudita e Iran, i veri signori della guerra, allo stato sono ai ferri corti, con tanto di rottura dei rapporti diplomatici ed embargo commerciale, ufficialmente per l’uccisione dell’imam sciita Nimr al-Nimr, ma sembra più credibile che i veri motivi siano le questioni legate al mercato petrolifero. Riyad affila le sue armi contro il ritorno di Téhéran sul mercato petrolifero mondiale con la chiarissima intenzione di non recedere di un centimetro. Oggi l’Iran è in grado di produrre 2,8/3 milioni di barili di greggio al giorno, l’Arabia Saudita 10,4 milioni al giorno, ma l’ultimo scambio a meno di 35 dollari al barile di oro nero iraniano ha mandato su tutte le furie gli sceicchi che hanno iniziato a impensierirsi seriamente e a lanciare occhiate furibonde verso Mosca, l’altra bestia nera di Riyad. L’alleanza tra Mosca e Iran potrebbe far crollare il prezzo del greggio saudita.

«I servizi di intelligence libanesi sono dominati dal movimento al-mustaqbal molto vicino all’Arabia Saudita, a loro volta gli 007 di Beirut sono sul fronte opposto rispetto agli Hezbollah sciiti del “partito di Dio”, rappresentato in parlamento, alleato con l’Iran e col regime siriano», dice Scarlett Haddad, una delle firme più prestigiose de L’Orient Le Jour, il primo quotidiano di Beirut in lingua francese, «è un’altra anomalia tipicamente libanese. Le secolari scissioni tra sunniti e sciiti all’occorrenza possono diventare anche pretesti fuorvianti. I terroristi dell’Isis hanno precisi legami con Riyad, specie in quegli ambienti sauditi che un tempo sponsorizzavano Al Qaeda. L’obiettivo è chiarissimo: creare un nuovo ordine mondiale, incutendo ovunque il terrore con azioni improvvise quanto imprevedibili. Il massacro di cristiani ed ebrei per il Califfato, è una condizione indispensabile».
«Téhéran, Riyad, ma anche il Qatar, l’Oman, la Turchia», prosegue Haddad, «sono sempre stati ambigui. Già molto prima del 2014, quando debutta l’Isis, vi erano segnali chiarissimi che la struttura di Al Qaeda era stata scaricata dei suoi sostenitori e che al suo posto era stata creata una struttura molto più potente e organizzata con infiltrazioni a livello mondiale. Lo sapevamo qui a Beirut, quindi anche a Gerusalemme, lo sapevano a Washington, Mosca, Pechino. Perché nessuno è intervenuto prima?».

E che dire dei foreign fighters, gli “arabi bianchi”, come io e il collega Guido Olimpio definimmo quasi vent’anni fa gli islamici di seconda generazione, cioè figli di immigrati arabi nati in Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Stati Uniti, e ovunque nel mondo, che acquisivano al momento della nascita la nuova nazionalità, il che automaticamente li metteva al riparo da occhi indiscreti.
A Tel Aviv, al centro di studi strategici Besa, della Bar-Ilan University, il direttore, professor Efraim Inbar, è un vecchio amico che da sempre si occupa di antiterrorismo, materia della quale è un’autorità internazionalmente riconosciuta. «Stupirsi della presenza dei foreign fighters nei diversi paesi è come meravigliarsi delle fasi lunari», spiega il professor Inbar, «è un fenomeno che risale alla fine degli anni settanta/ottanta quando i palestinesi delle varie formazioni terroristiche non potendo, ovviamente, disporre di un proprio passaporto adoperavano documenti ufficiali concessi dalla Giordania, dal Libano, dalla Siria, dalla Tunisia, dal Marocco, dall’Egitto, trovammo persino passaporti svizzeri e danesi. Questa propensione all’espatrio rispondeva ad una tattica studiata a tavolino: penetrare nel mondo occidentale, specie in Francia, Regno Unito, Germania, Svezia, Norvegia, sposarsi, mettere al mondo dei figli che quindi diventavano automaticamente cittadini del nuovo stato. I nati negli anni settanta/ottanta sono i trentenni/quarantenni di oggi. Questo è il profilo dei foreign fighters odierni. Tenendo poi conto della guerra demografica che per primi i palestinesi hanno scatenato contro di noi, tutte le opzioni sono possibili».

«La lotta al terrore», prosegue Efraim Inbar, «non la si può condurre solo militarmente. L’unica carta vincente è quella dello scambio continuo di informazioni tra tutte le strutture di intelligence. Ma uno scambio vero, leale. Non è possibile che tra la Francia e il Belgio intercorrano 15 giorni per avere informazioni vitali. Dopo le stragi di Parigi l’Europa ha detto: saremo costretti a vivere come in Israele. Già è proprio così, dal maggio 1948. Ma siamo sempre qui e nessuno riuscirà mai ad annientarci».

Foto Ansa


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