Arriva o no la benedetta ripresa? Forse. L’incognita è l’occupazione (oltre ai debiti dello Stato con le imprese)

La recessione è finita. Anzi no. Così banche, imprese e centri studi si dividono sulla previsione della tanto attesa e tanto annunciata uscita dalla crisi

Crisi: ripresa in vista o frenata in corso? Discordanti sono gli ultimi dati macroeconomici sulle reali condizioni in cui versa l’Italia. Così come pure divergenti sono le previsioni sulla ripartenza fatte da banche, centri studi, imprenditori e altri protagonisti della vita economica del Paese.

PREVISIONI DISCORDANTI. Pochi giorni fa è stata l’Istat, l’istituto di statistica nazionale a diffondere il dato peggiore sul Pil, atteso a -2,1 per cento nel 2013. L’Ocse, poco prima, si era fermata -1,8 per cento. Ieri, invece, la Confindustria ha voluto vedere positivo, con un calo dell’1,6 per cento del Pil nel 2013 e ipotizzando addirittura una ripresa a +0,7 per cento nel 2014. Più ottimista Prometeia che ha parlato di +0,8 per cento. E ancora di più la Bce che vede il Pil dell’Italia in calo solo dello 0,4 per cento nel 2013 e in crescita dell’1 per cento l’anno successivo.

SBLOCCO DEI DEBITI DELLA P.A. Anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera ha osservato che «la ripresa fa discutere. Alcuni per definirla già usano il diminutivo (“ripresina”), altri hanno segnalato come si corra il rischio che sia jobless, senza lavoro aggiuntivo. Gli operatori, poi, non la vedono e quindi sono portati ad essere scettici». Ciononostante, fa notare Di Vico, nel rapporto di Confindustria c’è una «postilla interessante»: e cioè che «l’accelerazione dei pagamenti arretrati della pubblica amministrazione verso le imprese è un fattore importante non conteggiato nelle nostre stime, perché essi sono tuttora troppo incerti nella distribuzione temporale». Secondo l’ipotesi migliore, il pagamento dei debiti della p.a. (7 miliardi finora rimborsati, più 20 già nella disponibilità degli enti locali e altri 20 che dovrebbero esserlo nel 2014) spingerebbe il Pil 2014 a crescere almeno dell’1 per cento.

SCETTICI GLI EDILI. A non credere nelle previsioni dei centri studi però ci sono gli operatori: uno su tutto quello degli edili che, come ricorda il giornalista del Corriere, sono il vero «osservatorio-chiave dei flussi di domanda interna. Le imprese non hanno smesso di soffrire» e, se è vero che «qualcosa si è mosso in termini di semplificazioni normative, rivoli di credito, anticipi sui lavori pubblici anche in questo caso però il passaggio dalle decisioni governative alla burocrazia e dai ministeri alla periferia è incredibilmente lento».

IVA, IMU E CUNEO FISCALE. Infine, il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, che secondo Di Vico «nell’ostentare ottimismo sulla ripartenza ha operato con una logica da pedagogia delle aspettative», ha ancora una e una sola priorità: trovare i soldi per scongiurare l’aumento dell’Iva a ottobre al 22 per cento e assicurare l’abolizione della seconda rata dell’Imu. Che sono circa 3 miliardi di euro. Dopo di che potrà attivarsi per trovarne altri 4-5 miliardi per ridurre il cuneo fiscale. Tanti ne servono secondo Confindustria.