Cortocircuito inglese, il “gender neutral” fa male alla Terra

Alla Priory School del Sussex si torna a protestare contro le uniformi scolastiche che vietano la gonna. In nome della libertà? No, dei cambiamenti climatici

Questa volta la vicenda della scuola del Sussex che ha messo al bando la gonna per imporre ai suoi alunni una uniforme “gender neutral” sta mandando nel pallone il Regno Unito. Sono due anni che la saga del politicamente corretto alla Priory School di Lewes, nell’East Sussex, sud di Londra, viene aggiornata dai media: tempi.it vi aveva raccontato cosa era successo nel settembre del 2017 quando molte famiglie inglesi portando i figli a scuola scoprirono senza preavviso che i pantaloni erano diventati legge per tutti.

«NON VOGLIAMO RAGAZZI STRESSATI»

A poco erano serviti i dibattiti nazionali sulla gonna e gli appelli di giornalisti come Piers Morgan, conduttore televisivo ed ex allievo della Priory, che giurava di non poterne più di vedere «queste sciocchezze sulla neutralità di genere portate avanti da una piccola minoranza. Lasciate che i maschi siano maschi e le femmine siano femmine e smettetela di confonderli in questo modo ridicolo». A colpi di proclami triti e ritriti («rispettiamo i ragazzi che sono a un crocevia riguardo alla comprensione del proprio genere», «l’uniforme neutra è il miglior modo per garantire l’uguaglianza», «combattiamo bullismo e omofobia» andava spiegando il preside Tony Smith) la scuola ha infatti cambiato idea e uniforme cinque volte fino ad approvare, alla fine di questa estate, un nuovo outifit obbligatorio. Maglione blu, pantalone e polo, costo 111,90 sterline, infiocchettato da immancabile paternalismo: «Non vogliamo che i ragazzi si sentano vulnerabili e stressati dalla pressione di dover indossare o possedere l’ultima tendenza o status symbol».

IL GENDER NEUTRAL DISCRIMINA

Morale: la mattina del 6 settembre ad attendere e rispedire a casa gli studenti che non si fossero presentati con l’uniforme d’ordinanza c’era la polizia. Che con l’ingrato compito di buttafuori si è trovata a fronteggiare un picchetto di un centinaio di persone, fra genitori agguerriti e alunne in gonnellina, armate di contro-slogan. Antigender? Macché, paternalismo genera paternalismo: «Quella non è un’uniforme gender neutral, è un’uniforme maschile», hanno spiegato i genitori al Telegraph, «una vera uniforme di genere neutro consentirebbe ai maschi di indossare le gonne e a entrambi i sessi di indossare i pantaloni», «se un trans volesse mettersi la gonna non potrebbe farlo». Di più, secondo Sheila Cullen, mamma di Nina, studentessa dell’ultimo anno, i pantaloni non tengono conto dei «problemi di fiducia nel proprio corpo»: «Un genitore mi ha detto che sua figlia si guardava allo specchio e diceva “il mio corpo è orribile”. Lei sta bene quando indossa una gonna ma non è a suo agio con i pantaloni e ci sono molte ragazze che si sentono così».

L’UNIFORME «NON È SOSTENIBILE»

Insomma, il gender neutral discrimina tutti i generi che si picca di tutelare dalle discriminazioni. Il nocciolo della protesta è stato però soprattutto un altro: «Fast fashion is the second biggest contributor to climate change» recitavano i cartelli agitati contro la scuola. Libby Murray, del terzo anno, ha infatti lanciato una petizione che è rimbalzata sui social ovviamente indignando il web: secondo i ragazzi l’uniforme della Priory School «non è sostenibile», costosa per i genitori e dannosa per l’ambiente visto che verrà usata per soli nove mesi. Il cambiamento climatico, spiegano alunni e genitori ai giornalisti, «è un problema enorme per i giovani» e i regolamenti della scuola non dovrebbero costringere i ragazzi a «indulgere alla fast fashion».

GENDER VS CAMBIAMENTO CLIMATICO

Fast fashion è la nuova parolaccia per i giovani climaticamente corretti, indica le aziende di abbigliamento che producono vendono capi economici e alla moda, proponendone continuamente di nuovi (per intenderci Zara, H&M e Primark) foraggiando un mercato che getta via ogni anno circa 300.000 tonnellate di vestiti nelle discariche del Regno Unito. Insomma gender versus cambiamento climatico: dal diario dei cortocircuiti del politicamente corretto per il momento è tutto.