Convegno Cei di Firenze. “Dialogo” e “tavoli” non bastano se non ci sono giudizio e guide

Cronaca dei quattro giorni di assise Cei (con cardinali, vescovi, religiosi e laici da tutta Italia) dove il Verbo si è fatto “carta”

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Duemilacinqucento persone circa, provenienti da tutte le 238 diocesi italiane, accompagnate dai propri vescovi e da numerosi sacerdoti per il convegno “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo” che si è tenuto a Firenze dal 9 al 13 novembre. L’edizione di quest’anno era la quinta dopo Roma 1976 (“Evangelizzazione e promozione umana”), Loreto 1985 (“Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”), Palermo 1995 (“Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia”) e Verona 2006 (“Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”). Un incontro ogni dieci anni, a metà decennio, per riflettere sulla vita della Chiesa cattolica italiana seguendo «la consegna che papa Francesco ci affida nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, di trovare “vie nuove al cammino della Chiesa nei prossimi anni”, lo scopo del nostro appuntamento fiorentino è quello di fare il punto sul nostro cammino di fedeltà al rinnovamento promosso dal Concilio e aprire nuove strade all’annuncio del Vangelo», come ha affermato il cardinale Cesare Nosiglia nella prolusione in cui ha voluto anche sottolineare l’importanza dello stile sinodale che avrebbe caratterizzato il convegno e, auspicabilmente, la vita futura della Chiesa in Italia.

Atteso l’intervento di papa Francesco che ha voluto parlare all’inizio dei lavori e non alla conclusione degli stessi. Il discorso del Papa è stato preceduto dalle significative testimonianze di un profugo albanese che, accolto in casa da un sacerdote, si è incuriosito alla fede cattolica senza essere stato in alcun modo forzato e ora è sacerdote; di una catecumena che ha scoperto la fede cattolica fino a farsi battezzare assieme alla figlia neonata; e di una coppia di persone che hanno visto il riconoscimento della nullità dei loro precedenti matrimoni e si sono sposate iniziando così una nuova famiglia allargata ai figli delle precedenti unioni.

Il Pontefice ha iniziato il suo intervento con il triplice richiamo all’umiltà perseguendo «la gloria di Dio» che «non coincide con la nostra»; al disinteresse che consiste nel cercare la felicità di chi ci sta accanto; alla beatitudine, che consegue al vivere il messaggio evangelico: «Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo». Quali le tentazioni principali che impediscono di vivere questi tre atteggiamenti? Quella pelagiana, cioè l’avere fiducia nelle strutture, nella pianificazione, nella norma, nelle tradizioni, e lo gnosticismo. «La differenza fra la trascendenza cristiana e qualunque forma di spiritualismo gnostico sta nel mistero dell’incarnazione», ha ricordato Francesco. Poi l’invito ai fedeli a sostenere i propri vescovi, la sottolineatura dell’“opzione per i poveri”, e il riconoscimento che la Chiesa italiana è sempre stata operosa nel dare risposte alle varie povertà. Il tutto concluso dall’invito a prendere il largo con coraggio e a innovare con creatività, assieme a tutti coloro che sono animati da buona volontà.

Le “voci del Verbo”
Nella predica del pomeriggio allo stadio Franchi, il Papa ha invitato a «custodire e annunciare la retta fede in Gesù Cristo» che «è il cuore della nostra identità cristiana, perché nel riconoscere il mistero del Figlio di Dio fatto uomo noi potremo penetrare nel mistero di Dio e nel mistero dell’uomo». Infatti, «la nostra gioia è riconoscere in Lui la presenza di Dio, l’inviato del Padre, il Figlio venuto a farsi strumento di salvezza per l’umanità».

Mercoledi 11 sono iniziati i lavori di gruppo. Con un’organizzazione impeccabile, i convegnisti sono stati divisi in una ventina di gruppi, composti ciascuno da circa un centinaio di persone, tra presuli, sacerdoti e laici. I gruppi, focalizzati sulle cinque parole a tema del convegno, sono stati animati da un “facilitatore” delle discussioni e ogni gruppo è stato a sua volta suddiviso in dieci “tavoli” intorno ai quali si sono radunati altrettanti delegati. In ogni gruppo un tavolo è stato condotto da un giovane sotto i 35 anni e almeno un giovane sotto i 35 anni era presente nei rimanenti tavoli. I tavoli erano variamente assortiti con cardinali, vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi e laici uniformemente distribuiti. I lavori del convegno hanno fatto sintesi e discussione di quasi un anno preparatorio nelle singole diocesi, svoltosi sulla traccia di cinque parole, anzi, verbi che hanno scandito le riflessioni e la discussione nei gruppi e nei tavoli: “annunciare”, “uscire”, “educare”, “abitare”, “trasfigurare”. Verbi che, con un video a effetto, sono stati presentati ai convegnisti come “Voci del Verbo”.

Nei tavoli c’è stata massima libertà di espressione e si è ascoltata la voce di tutte le sensibilità ecclesiali. Difficile fare una sintesi di quanto è emerso: per comprensibili ragioni le oltre quattro ore di colloquio che si sono svolte nei dieci gruppi sono state ridotte a una relazione di tre minuti nel gruppo da dieci tavoli e quanto dibattuto per ogni singolo verbo è stato ulteriormente sintetizzato nella relazione finale.

Il rischio dell’astrazione
Di quanto ascoltato (in prima persona o sentito raccontare da partecipanti ad altri gruppi), l’impressione che resta è quella di molte parole in libertà. La varietà dei pensieri è traducibile sinteticamente in un orizzonte comprensivo di una molteplicità di proposte e una babele di opinioni. Si dialogava senza alcuna guida, sottolineatura o ripresa degli interventi. Vescovi e sacerdoti presenti ai tavoli lasciavano parlare senza intervenire. E anche se nei dialoghi si è percepito il desiderio di uscire da una “impasse”, da una “crisi”, per rispondere alle sollecitazioni di papa Francesco, è sembrato generalmente prevalere un clima di astrazione, un esercizio di “libero esame” evangelico, una sorta di protestantesimo, con i pastori tesi all’ascolto ma timorosi di indicare una via.

Per cercare di rispondere alla necessità di adeguare il linguaggio al mondo, si sono sentiti slogan come “pastorale fluida” o termini come “non luoghi”. Solo vaghi accenni sono stati fatti a riguardo di movimenti e associazioni, spesso giudicati negativamente come esempi di autoreferenzialità e sottrazione di persone e risorse alla Chiesa piuttosto che ricchezza per la Chiesa stessa. Nelle relazioni finali sono stati fatti solo minimi cenni alla Dottrina sociale e all’impegno del cristiano in politica. Qualcosa è cambiato. Per esempio, ai tempi dei governi Berlusconi, veniva invocata una “Chiesa profetica” anche sui temi politici. Ora non se ne parla. Eppure anche l’attuale governo Renzi avrebbe forse bisogno di un giudizio “profetico” sul suo concreto operare.

Nella prolusione del cardinal Nosiglia è stato accennato il “minimo sindacale” di sempre: la “difesa della vita dal concepimento alla morte naturale”. Nessuno ha fatto riferimento a tematiche riguardanti le nuove sfide culturali e antropologiche. Nessuno ha citato ddl come quelli che portano i nomi degli onorevoli Scalfarotto, Cirinnà o Fedeli.

La sorpresa dell’imam
La parola “dialogo” ha trovato un trattamento interessante in tutti i gruppi. Nel suo discorso ai convegnisti papa Francesco ha specificato che «dialogare non è negoziare, ma è cercare il bene comune per tutti». Di notevole, a questo riguardo, come richiamo all’idea che non esiste dialogo senza identità, si è registrato solo l’intervento di Izzedin Elzir, l’imam di Firenze, secondo il quale «facendo il dialogo interreligioso vogliamo scoprire ognuno di noi le nostre proprie radici».

Da ultimo, poco si è parlato dell’urgenza del ricorso alla preghiera e ai sacramenti. A parte la relazione finale sul verbo “trasfigurare”, gli altri gruppi hanno lasciato nell’implicito il tema della Grazia. L’impressione è che, nell’Anno Santo della Misericordia, le diverse sensibilità ecclesiali convergano sull’idea di un “diritto alla Misericordia”. Insomma, non è parso chiaro che sono i sacramenti, non i corsi, i percorsi e i processi, a fare i cristiani. Le relazioni finali e la conclusione del cardinal Bagnasco hanno allargato un po’ l’orizzonte. Ma hanno bisogno di tempo per essere capite nelle loro implicazioni pratiche. L’invito del Papa a riprendere la sua Evangelii Gaudium, sembrerebbe lo strumento più adatto per questo lavoro di comprensione. Infine, se nei convegni Cei del passato si metteva in guardia dal rischio – ricordato anche a Firenze – che il Verbo si facesse “carta” e rimanesse nelle librerie, almeno questo rischio sembra oggi essere stato superato dall’era digitale e dalla memoria degli hard disk.

Foto Ansa