Continua il girotondo di Bersani, ma qualcosa si muove. Mauro: «Il buon Dio in 7 giorni ha fatto molto di più»

Il segretario del Pd dice di nuovo “no” al governissimo, ma apre a un nuovo capo delle Stato di «larghissima convergenza». Mario Mauro: «Il nostro compito sarà maieutico»

Pier Luigi Bersani rifiuta di trattate col Pdl di Silvio Berlusconi per l’elezione del prossimo capo dello Stato. «È inaccettabile la proposta del Pdl di trattare sul Quirinale», ha detto durante una conferenza stampa tenuta nella sede del suo partito. Tuttavia Bersani ha lasciato una porta aperta al partito di centrodestra: «Per il colle cerchiamo larghissima convergenza».
Bersani è contrario a nuove elezioni («il ritorno alle urne sembra un’ipotesi disastrosa»), ma anche a un governissimo. «Siamo in ogni caso il primo partito -ha ribadito – e dobbiamo avanzare una proposta utile al paese. Per garantire governabilità, cambiamento e corresponsabilità noi pensiamo che un governissimo sarebbe sbagliato e la politica sarebbe chiusa in un fortino». Per questo, ha aggiunto, «se Bersani serve per aiutare questa strada, io ci sono, non intendo essere un ostacolo ma ci sono. Prima di tutto c’è l’Italia».
Il segretario del Pd ha respinto le accuse si essere stato ostinato e di aver cercato l’appoggio grillino a tutti i costi: «Non ho affatto inseguito i grillini e non è affatto stato inutile metterli davanti alle proprie responsabilità». «Ci siamo trovati di fronte a un disimpegno conclamato del Movimento 5 Stelle che ha avuto 8 milioni di elettori e che pare voglia mettere in frigorifero. Così non si preserva la legislatura. Il dato di fondo è che c’è un 25 per cento del paese che ha voluto partecipare alla vita parlamentare ma non vuole rendere effettiva la vita parlamentare che parte della formazione del Governo».

LA REAZIONE DI ALFANO. Poco dopo, è arrivata la replica del segretario del Pdl, Angelino Alfano: le parole di Bersani sono le stesse che ripete da giorni. Parole «ostinate, chiuse, fuori dalla realtà dei numeri del Parlamento, che l’onorevole Bersani ripete da 36 giorni, cioè dalla chiusura delle urne, tempo che la sinistra ha usato solo per occupare le presidenze delle Camere (come ora spera di fare anche per la presidenza della Repubblica), per impedire ogni dialogo nella direzione della governabilità, e per proporre inutili commissioni per riforme che il Pd ha sempre osteggiato». Ma anche Alfano non ha chiuso la porta: «Per parte mia, ancora una volta, ribadisco una disponibilità a collaborare nell’interesse dell’Italia. Ma se Bersani vuole occupare tutte le istituzioni, non c’è alcuno spazio per il dialogo».

I SAGGI DI NAPOLITANO. Intanto oggi al Quirinale si è svolto il primo incontro tra il presidente Napolitano e i “saggi” da lui nominati. A seguito delle prime polemiche e contestazioni, il capo dello stato ha voluto ribadire che «sabato ho proceduto in condizioni di particolare urgenza e difficoltà, data anche la coincidenza festiva, alla ricerca di persone che per funzioni di vertice in varie istituzioni e per esperienze concrete compiute in rapporto ad alcuni temi essenziali potessero dare il contributo richiesto. L’indubbio valore dei nomi da me subito resi noti, non mi ha messo al riparo da equivoci e dubbi circa i criteri della scelta o la non presenza di altri nomi certamente validi». I gruppi, ha spiegato il presidente, lavoreranno per otto, dieci giorni.
Insomma, Napolitano è partito difendendo le sue scelte e i due gruppi di lavoro. Da un lato, quello composto dal presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, dal presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Giovanni Pitruzzella, dal membro del Direttorio della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, dall’onorevole Giancarlo Giorgetti e dal senatore Filippo Bubbico, presidenti delle Commissioni speciali operanti alla Camera e al Senato, e dal ministro Enzo Moavero Milanesi che avrà il compito di formulare proposte sul piano economico-sociale ed europea. Dall’altro, il gruppo che si occuperà di proposte in campo istituzionale, di cui fanno parte il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, il senatore Mario Mauro (Scelta Civica), il senatore Gaetano Quagliariello (Pd) e il professore Luciano Violante.

MARIO MAURO. Ai giornalisti, Mario Mauro ha detto di aver «garantito al Capo dello Stato il massimo riserbo in questa fase di lavoro delle commissioni. Alla fine del nostro mandato, tra una decina di giorni, riferiremo al presidente». Tuttavia, questa mattina, con alcune interviste a Messaggero, Repubblica e Italia Oggi, lo stesso Mauro ha indicato alcuni temi e alcune priorità su cui pensa possa essere utile il contributo dei saggi.
A Repubblica, Mauro ha spiegato che «il problema è che siamo circondati da un’enorme mancanza di fiducia, ragion per cui la cosa veramente importante è che questa ricognizione finalmente parta. E che da lì possa decollare la buona volontà di tutti e uno spirito di riconciliazione: quanto meno in ordine alle misure che si vogliono adottare». Secondo l’esponente montiano «molte delle cose che si possono fare insieme sono quelle già contenute nei programmi dei partiti principali. Il nostro compito sarà maieutico. Far partorire le riforme possibili dai punti di intesa». Concetto ribadito anche in un’intervista al Messaggero: «Bisogna creare un clima di fiducia. Per facilitare la possibilità di dare un governo all’Italia, bisogna attingere al lavoro che i partiti hanno già svolto. Nei programmi elettorali di ciascuno ci sono elementi che possono essere considerati in comune».
Nell’intervista a Italia Oggi, Mauro ha invece individuato nel Titolo V della Costituzione un buon punto di partenza: «Una buona idea mi parrebbe quella di affrontare il tema del Titolo V della Costituzione, quello che regola i rapporti fra Stato, Regioni, Province e Comuni». Per Mauro «è grave danno non sapere “chi fa che cosa” fra Stato, Ragione, questo è il passaggio centrale, perché spesso questo accade: mettere ordine servirebbe eccome. Quanto alla [abolizione delle] Province, mi pare tutto ciò sia ampiamente condiviso. L’unico passaggio reale è fra il dire e il fare». Altri interventi sono possibili sui «regolamenti di Camera e Senato, rendendoli più snelli, più corrispondenti a quanto era stato stabilito dal Trattato di Lisbona dall’Unione, diventando realmente partecipi del processo legislativo europeo». E la legge elettorale? «Credo – risponde Mauro – che una chiacchierata sia necessaria. Forse non è priorità, ma registriamo da parte dai cittadini una forte sensibilità in questa direzione».
Basterà una settimana o poco più? A questa obiezione Mauro ha risposto con una battuta: «Sembra una cosa difficile ma il buon Dio in 7 giorni ha fatto molto di più».