Consumi alimentari al livello di vent’anni fa. Si ricomincia a fare la “cucina di recupero” con gli avanzi

Lo sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori: due famiglie su tre riescono ad arrivare a fine mese solo con tagli radicali sugli acquisti, compresi quelli alimentari

La crisi economica si siede a tavola e cambia il menù degli italiani, portando i consumi alimentari ai livelli di venti anni fa. Nel 2009 il 60 per cento delle famiglie è stato costretto a ridurre gli acquisti e a cambiare menù, mentre il 38 per cento ha optato per prodotti di qualità inferiore e il 35 per cento è andato a caccia di “promozioni”, sempre più frequenti nella nostra catena distributiva. Non solo. Poco meno del 15 per cento ha rinunciato a pranzi e cene fuori dalla mura domestiche (ristoranti, trattorie, tavole calde, fast food, pizzerie). È quanto sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori in merito ai dati Istat e all’indagine di Rete Impresa Italia.
E così sulle tavole degli italiani diminuiscono carne, pesce, frutta, ortaggi e vino. In crescita pasta, uova e pane.

Oggi – ricorda la Cia – due famiglie su tre riescono ad arrivare a fine mese solo con tagli radicali sugli acquisti, compresi quelli alimentari. Sono cifre allarmanti, che fotografano una situazione critica, in cui le famiglie subiscono i pesanti effetti del carico fiscale e delle tariffe energetiche, da una parte, e il calo del reddito imponibile, dall’altra.

Si tratta di un doppio problema – continua la Cia- che si traduce in un crollo di oltre il 4 per cento del potere d’acquisto, a cui gli italiani rispondono portando i consumi a livello di vent’anni fa. Quando non si riducono le quantità dei prodotti acquistati al supermercato, sicuramente si allungano i tempi davanti allo scaffale, dove si mettono in atto sempre più spesso strategie differenti, tutte volte al risparmio: il 53 per cento dei consumatori gira più di un negozio alla ricerca di sconti, promozioni e offerte speciali; il 42 per cento privilegia le grandi confezioni o formati convenienza; il 32 per cento abbandona le grandi marche per prodotti più economici “senza firma” e il 24 per cento ricomincia a fare “cucina di recupero” con gli avanzi della cucina, per evitare del tutto gli sprechi. (AGI)