Conclave. Il profilo del nuovo Papa e quelle “simpatie americane” del cardinale Ruini

È singolare notare come il più “italiano” dei cardinali, Camillo Ruini manifesti preferenze americane, statunitensi per la precisione, per il futuro Papa

Tutto questo parlare della provenienza geografica del futuro Papa è fuorviante, come se il pontefice fosse l’espressione di un episcopato nazionale e non la personalità più adatta a guidare la Chiesa universale. O qualcuno pensa a Joseph Ratzinger come al frutto della conferenza episcopale tedesca?

Odilo Pedro Scherer, il candidato brasiliano di cui si vagheggia molto in questi giorni sui giornali è forse il presule meno brasileiro che si possa immaginare, con quel cognome tedesco, con il suo passato in Curia vaticana e con una sonora bocciatura dei suoi confratelli che non lo elessero presidente della Conferenza episcopale brasiliana.

Il cardinale Marc Ouellet, canadese, ha tutti i numeri per essere eletto, e infatti molto di lui si parla, compreso il fatto di essere “extraeuropeo”, ma non è certo il suo essere canadese la qualità che lo potrebbe portare al Soglio, semmai la capacità di presenza sia in terra di missione (Colombia) sia in un contesto tra i più secolarizzati e multiculturali dell’Occidente quale è la società canadese, una caratteristica molto “europea”.

Cionondimeno, a voler accettare il gioco delle nazionalità, è singolare notare come il più “italiano” dei cardinali, Camillo Ruini – che non entrerà nella Cappella Sistina perché ha ormai 82 anni, ma di cui non si può misconoscere l’influenza e l’autorevolezza internazionale (anche se sarebbe meglio dire cattolica) – manifesti preferenze americane, statunitensi per la precisione, per il futuro Papa.

Non che dalla bocca molto riservata dell’ex presidente della Cei sia pubblicamente uscito qualche nome, ma una serie di interventi e di segnali indicano questa sua apertura. E non si tratta di una conversione dell’ultima ora nella contrapposizione mediaticamente rappresentata come lo scontro tra i cardinali “curiali” e i “pastorali-riformisti” guidati dalla vivace delegazione statunitense.

Risalgono al 2005 ben tre suoi interventi che elogiavano il modello americano delle “Chiese libere”, fautore di un rapporto tra cristianesimo e società “più fecondo di quelli sperimentati in Europa”, come disse presentando il libro dell’appena eletto Joseph Ratzinger L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture.

In una conferenza dell’11 febbraio 2005 aveva sottolineato come nel rapporto Stato-Chiesa negli Stati Uniti la situazione fosse diversa rispetto all’Europa: le Chiese d’oltreatlantico vivono in un sistema di “rigida separazione istituzionale rispetto allo Stato, ma con una notevole vitalità religiosa capace di esercitare un forte influsso pubblico”, aggiungendo che in questa “religione civile di chiara impronta cristiana-protestante” stavano crescendo “il contributo e l’influenza cattolica”. Non che il modello in sé garantisca la vitalità di una presenza, anzi, ammoniva il cardinale: “Un tale contributo è realmente possibile ed efficace soltanto sulla base di una fede autenticamente vissuta oggi, e non semplicemente in virtù dell’eredità culturale del nostro passato cristiano che, se non alimentata dalla fede vissuta, tende fatalmente ad affievolirsi”.

Sempre ne 2005, nel suo libro, Nuovi segni dei tempi, Ruini segnalava il pericolo che anche questo modello fosse destinato a cedere il passo a una prospettiva europea. Scriveva: “Quelle tensioni e contrapposizioni di tipo etico e anche religioso che sembrano caratterizzare in maniera crescente gli Stati Uniti d’America potrebbero rivelarsi non semplicemente dei residui delle peculiari origini di tale nazione, ma piuttosto l’anticipazione di un futuro che bussa già alle porte dell’Italia come degli altri paesi europei”.

Il 29 ottobre del 2008 dialogando con Mary Ann Glendon, ambasciatrice americana presso la Santa Sede, tornava sulla differenza tra “laicità positiva” americana e la “laicité” ereditata dalla Rivoluzione francese che imposta in modo “ostile” il rapporto tra Stato e Chiesa, non riconoscendo valenza pubblica all’esperienza religiosa. Al contrario, negli Stati Uniti la separazione è “reclamata dalla religione” e implica che lo Stato «rispetti la religione nella sua propria natura e protegga il suo spazio vitale». Insomma, per Ruini il modello americano vede nella religione cristiana un presidio e non un ostacolo per la nostra libertà.

Il 22 giugno 2012, alla presentando del libro La fine e l’inizio, secondo volume della biografia di Giovanni Paolo II scritta dall’americano George Weigel, Ruini dedicava un ampio passaggio del suo intervento alla Chiesa americana, definendola una Chiesa viva, non più intimidita e impaurita come negli anni dello scandalo pedofilia, in ripresa e protagonista nella vita pubblica.

È forse questa la caratteristica dei suoi confratelli americani che più piace a Ruini: l’azione diretta come Chiesa, come vescovi, come cristiani in quanto cristiani nel dibattito pubblico della nazione, senza deleghe alla politica, che su certi temi non possono avere efficacia. Valga per tutti il caso della riforma sanitaria di Barack Obama che a vari tipi di istituzioni religiose (specialmente ospedali e scuole) di offrire ai propri impiegati polizze di assicurazione sanitaria che includano contraccettivi, abortivi e procedure di sterilizzazione. La questione non è ancora risolta, la Conferenza episcopale statunitense ha parlato espressamente di “ferita alla libertà religiosa”. Il suo presidente, l’arcivescovo di New York Timothy Dolan, è stato in prima fila nella battaglia, non si è tirato indietro rispetto alle polemiche di fronte a quella che denuncia non come una scelta di politica sanitaria, ma come una visione culturale che stravolge il modello americano di libertà religiosa.

C’è un ultimo segnale che tradisce le simpatie americane del cardinale Ruini, l’endorsement per il cardinale Dolan apparso sull’Espresso a firma di Sandro Magister, il vaticanista che meglio conosce il pensiero e gli orientamenti dell’ex presidente della Cei. Magister fa anche notare come Benedetto XVI nel suo atto di rinuncia abbia in qualche modo tracciato l’identikit del suo successore: un uomo con la vigoria del corpo e dell’animo adatte a governare la Chiesa e ad annunciare il Vangelo “mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede”. Dietro quelle parole qualcuno vede la robusta e sportiva silhouette dell’energico, simpatico e presenzialista e ortodosso arcivescovo della Grande Mela. Desideroso invece, dicono altri, di tornarsene tra i suoi fedeli dopo aver contribuito alla consegna delle chiavi di Pietro in mani teologicamente e pastoralmente sicure, possibilmente non curiali, non necessariamente americane.