Tentar (un giudizio) non nuoce
Come sostenere Taiwan?
Un convegno organizzato da alcuni consiglieri regionali questa settimana sulla cooperazione economica, tecnologica e culturale con Taiwan, con la presenza del ministro degli Esteri taiwanese e al quale ho portato il saluto e il punto di vista della giunta regionale, è stato l’occasione per alcune riflessioni sulla condizione particolarissima di questo paese, che esiste di fatto pur essendo riconosciuto solo da dodici Stati nel mondo, tra cui non figurano né l’Italia né alcuno Stato dell’Unione Europea. Eppure, Taiwan, la storica isola di Formosa, conta 23 milioni di abitanti, ha un’economia avanzata, è il leader indiscusso nella produzione di semiconduttori e presenta un Pil pro capite superiore a quello del Giappone e della Corea del Sud. Inoltre, è uno Stato democratico, nel quale dal 1996 si svolgono libere elezioni, che rispetta libertà e diritti umani e si fonda su regole e istituzioni di stampo occidentale. Allora perché Taiwan non viene riconosciuta dalla comunità internazionale?
Perché questo paese, nato in seguito alla Seconda Guerra mondiale quando la Repubblica di Cina (Roc), sotto il Partito nazionalista cinese (Kuomintang), divenne l’entità di governo di Taiwan, nel 1949, dopo la vittoria della rivoluzione comunista di Mao Zedong nella Cina continentale, accolse il governo nazionalista guidato da Chiang Kai-shek, dando origine a un contenzioso tuttora aperto sul destino dell’isola. La Repubblica Popolare Cinese (Rpc), con capitale Pechino e oggi guidata da Xi Jinping, rivendica infatti Taiwan come parte integrante dell’“unica Cina”, principio riconosciuto internazionalmente da quando, nel 1971, la Rpc sostituì alle Nazioni Unite la Roc quale rappresentante della Cina e la maggior parte degli Stati trasferì il proprio riconoscimento diplomatico a Pechino, riconoscendola, o comunque ammettendo, come unica rappresentante legittima della Cina. Molti paesi, tuttavia, evitano deliberatamente di pronunciarsi in modo esplicito sui territori che ritengono facciano parte della Cina.
Realismo e saggezza
Taiwan vive dunque nel rispetto di uno status quo, sempre più messo in discussione da Pechino ma che, almeno per ora, regola i rapporti con l’isola: sono possibili collaborazioni di natura economica, tecnologica e culturale, ma non relazioni di carattere politico o diplomatico. Non esistono infatti ambasciate o consolati di Taiwan, ma soltanto uffici di rappresentanza economica e commerciale.
Che cosa fare dunque per rafforzare la collaborazione con questo splendido paese (i portoghesi chiamarono l’isola Formosa, cioè “bella”) nel quale ho avuto l’occasione di recarmi un paio di volte, potendo conoscere direttamente la vivacità della sua popolazione, la profondità della sua storia – che si percepisce chiaramente visitando il Museo nazionale di Taipei – e anche la presenza di una comunità italiana, tra cui un gruppo di sacerdoti della Fraternità San Carlo?
Io penso che Taiwan abbia oggi bisogno di realismo e saggezza. Non ha bisogno, invece, di fughe in avanti da parte di chi, pur animato dalle migliori intenzioni, ritenga che per rafforzare la posizione dell’isola di fronte alle minacce cinesi, sempre più aggressive, si debba in qualche modo forzare lo status quo. Al contrario, credo che la vera forza di Taiwan risieda proprio nella qualità e nella quantità delle relazioni economiche e commerciali che ha saputo costruire con il mondo intero e, in particolare, con la Cina continentale.
Da potenza economica a potenza politica
L’interscambio commerciale tra la Lombardia e Taiwan ammonta a circa 2 miliardi di euro all’anno, il 40 per cento del totale italiano (4,5 miliardi). Ma quello tra Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese raggiunge addirittura i 293 miliardi di euro, creando una condizione di interdipendenza così profonda che anche per Pechino sarebbe difficile, se non impossibile, farne a meno.
Un altro esempio: la Cina ha un bisogno assoluto di semiconduttori e microchip, di cui acquista il 60 per cento della produzione mondiale. Ma il 90 per cento di queste importazioni proviene proprio da Taiwan. Investimenti diretti, collaborazioni economiche e tecnologie taiwanesi sono talmente essenziali per la Cina che interrompere questo flusso di beni e servizi provocherebbe un trauma per l’economia cinese, che la sua classe dirigente non può certo ignorare.
Se finora alle minacce non sono seguiti fatti concreti, al di là di alcune dimostrazioni di forza, la ragione sta innanzitutto qui: nella vera forza di Taiwan, che da potenza economica è diventata anche una potenza politica proprio grazie all’interdipendenza che ha saputo costruire con gli altri paesi. Per questo, potenziare gli scambi economici, tecnologici, culturali e commerciali è, a mio parere, il primo modo per sostenere Taiwan: rafforzare l’interdipendenza per difenderne l’indipendenza.
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