Tentar (un giudizio) non nuoce
Come affrontare le sfide del terzo settore sociosanitario
L’intervento a un convegno sulle sfide del terzo settore, in particolare nel settore sociosanitario, è stato per me la scorsa settimana l’occasione per tornare a riflettere su un tema cruciale del presente e ancor più del futuro. Quale sistema sociale e sanitario saprà reggere le sfide che ci attendono? Invecchiamento della popolazione, aumento dei malati cronici e dei pazienti non autosufficienti, nuove e più costose terapie, carenza di risorse pubbliche, pericolo concreto che i meno abbienti debbano rinunciare alle cure, criticità della sanità territoriale, mancanza di medici e infermieri, nuove tecnologie come la telemedicina. Senza contare la diagnosi a distanza, l’intelligenza artificiale e altri strumenti che impatteranno significativamente sul sistema e sulla sua organizzazione.
Questi sono solo alcuni dei temi su cui è chiamato a cimentarsi chi governa il sistema sociosanitario e anche chi ne fa parte come operatore, a tutti i livelli. Ma sono questioni che riguardano e toccano da vicino la vita di ciascuno di noi.
Io non sono propriamente un esperto di sanità e di sociale, ma i tanti anni in Regione Lombardia mi hanno consentito di entrare più volte dentro i problemi di questo ambito, così rilevante per il governo regionale, sia perché è la più importante competenza propria delle Regioni, sia perché impegna circa l’80 per cento dei loro bilanci.
Mi permetto allora di offrire un contributo che, più che tecnico-specialistico, vuole essere di linea politica per affrontare le sfide della sanità e del sociale.
Persone e Welfare Community
Penso che nei momenti di cambiamento occorra tornare alle basi. “Back to basics”, direbbero i guru anglosassoni. Tornare cioè ai valori, ai principi, alle scelte di fondo. Ne indico tre.
Il primo punto, alla base di tutto, è che il sistema sociosanitario è fatto di persone prima che di organizzazioni. Neppure l’organizzazione più perfetta potrà mai sostituirsi alla motivazione che porta un uomo o una donna a prendersi cura di un altro nel momento del bisogno. Senza una autentica passione per l’umano, che non di rado ma non necessariamente nasce da un ideale religioso, è difficile stare vicino a chi soffre. Anzi, la sofferenza stessa diventa un problema e una contraddizione che si preferirebbe eliminare. Se non c’è amore per l’altro, ci potranno essere prestazioni professionali, ma non una cura pienamente umana di chi ha bisogno.
Un secondo punto, troppo spesso dimenticato, è che il bisogno di sanità e di cura esisteva e trovava risposta anche prima del Servizio sanitario nazionale e delle politiche di welfare messe in campo dallo Stato e dalle sue articolazioni. Il primo protagonista di un sistema di welfare realmente funzionale è la comunità che si fa carico del bisogno. Chi si dedica all’altro, chi si fa carico in qualche misura del suo bisogno, nel dare gratuitamente, scopre di più se stesso e impara a costruire relazioni buone, che sono essenziali per una società più sana e più giusta.
La nostra cultura dell’assistenza non è “sovietica”. Non si affida solo allo Stato, ma affonda le sue radici in una tradizione plurisecolare di cura, assistenza e beneficenza offerte dalla carità sociale attraverso un numero innumerevole di realtà, opere e associazioni. Se si perde questa matrice comunitaria, oggi definita “Welfare Community”, si finisce per consegnarsi al “Welfare State”, cioè a una delega totale allo Stato, affinché se ne faccia carico al posto della iniziativa sociale. Di solito questo si traduce, per il cittadino, in una forma fredda di assistenza, dalla qualità non sempre adeguata, spesso caratterizzata da una burocrazia insopportabile, e per lo Stato in costi sempre più insostenibili.
Sussidiarietà e responsabilità
Il terzo punto ruota intorno a due parole: sussidiarietà e responsabilità. Per affrontare con successo le sfide che ci attendono, è necessario che i poteri pubblici rifuggano, a ogni livello, dalla tentazione del centralismo e della statalizzazione. È invece feconda una concezione sussidiaria del governo, che favorisca, valorizzi e sostenga le opere e le realtà, soprattutto del terzo settore e del non profit, nate dalla libera iniziativa sociale, così essenziale in questo ambito.
Basti pensare che in Lombardia il terzo settore conta oltre 16.000 enti iscritti al RUNTS, il Registro unico nazionale, che gestiscono il 95 per cento delle comunità alloggio per disabili, il 69 per cento delle RSA, il 100 per cento dei servizi accreditati per le dipendenze e molto altro ancora. La narrazione, sempre più insopportabile, secondo la quale il privato nella sanità e nel sociale penserebbe solo al proprio interesse e al profitto, contraddice la realtà e l’esperienza, passata e presente, fatta soprattutto di dedizione e impegno, spesso volontario e gratuito, comunque capace di erogare un servizio pubblico meno costoso e di qualità spesso superiore rispetto a quello pubblico inteso come statale.
Non basta “parcheggiare”
Al tempo stesso, anche per contrastare storture sempre possibili, è necessario che il terzo settore assuma fino in fondo la propria responsabilità, ritornando alle radici del proprio impegno. Talvolta, infatti, si ha l’impressione che prevalga la dimensione oggettiva, il servizio da garantire, il contratto da rispettare, la remunerazione da assicurare, anziché quella soggettiva, cioè l’avere di fronte persone nel momento della fragilità e del bisogno, che si è scelto di sostenere innanzitutto per una ragione ideale, perché portatrici di un valore sacro e inviolabile.
Un esempio chiarisce questo punto. Non basta “parcheggiare” anziani o disabili in strutture che ne assicurano in qualche modo i bisogni primari. Occorre invece una modalità di accoglienza che li tenga realmente vivi, nel rispetto della loro dignità, mantenendoli coinvolti in una socialità attenta alla persona e al suo valore.
Solo ripartendo da queste basi, a mio parere, sarà possibile leggere i cambiamenti della società e adeguare opportunamente l’offerta di servizi, accettando e vincendo le sfide del presente e del futuro, senza consegnarsi a uno statalismo tanto invadente quanto inefficace e, alla lunga, insostenibile anche dal punto di vista dei costi.
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