Com’è lontana la politica americana, piena di fede, idee e dibattiti televisivi da film

Altro che la sobrietà di Monti e gli eccessi tanto criticati di Berlusconi. In America la politica è una cosa seria: i candidati alle primarie si mettono a nudo davanti agli elettori, partecipano a faccia a faccia all’ultima parola in tv e chiedono agli americani di pregare per loro.

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Scordate la politica italiana. Il rigore e la pacatezza di Monti, le sparate della Lega Nord o il Bunga-Bunga di Berlusconi e le successive indignazioni. Dimenticate i politici che si lamentano del proprio paese e che lo sculacciano, come un papà che del figlio non sa che vedere i difetti e probabilmente se lo ritroverà o frustrato o con una rivoltella sulla tempia (del padre s’intende). La politica americana è fatta di ben altra pasta. Cinematografica e orgogliosa di sé, capace di sorprendere e scherzare senza eccedere troppo nel ridicolo, ma anche di farsi seria e minacciosa quando gli scenari sono quelli della crisi e della terra delle opportunità con una disoccupazione che supera l’8 per cento. I candidati americani parlano della politica e della loro vita insieme, con il sentimento che li caratterizza certo, ma senza troppe affettazioni. Se serve, poi, chiedono di pregare per loro.

Come quando Rick Santorum nel mezzo della campagna elettorale, dopo aver chiesto all’America di intercedere per l’ultima figlia Bella, ricoverata in ospedale e con una grave sindrome genetica, si è commosso ringraziando Dio, la famiglia e poi gli elettori. Non solo, i candidati fanno a gara per ricordare le radici e gli ideali che hanno fatto grande l’America. Per questo Mitt Romney promette, in caso di vittoria: «sarò fedele a mia moglie alla mia famiglia, alla mia fede. E non mi vergognerò mai e poi mai degli Stati Uniti d’America». I comizi dei candidati sono poi pieni di giovani, famiglie e bambini. Ai raduni si passa la giornata, si mangia e addirittura si prega insieme. Uno dei meeting più importanti è stato quello dei Battisti del Michigan che a centinaia hanno seguito, raccolti in silenzio con un Amen finale, le implorazioni del loro pastore: «Preghiamo che ci sia dato un presidente coraggioso. Che non abbia paura del diavolo. Che sia buono e che guardi le folle con compassione. Che difenda i bambini non ancora nati, i poveri, il matrimonio naturale. Chiediamo un presidente che abbia il coraggio di seguirTi e che faccia ciò che è giusto e non ciò che è popolare. Ti ringraziamo per Rick e per Karen e per come ci hanno servito sino a ora. E se li hai trovati fedeli a Te aiutali a essere il futuro presidente e la futura First Lady».

 

I dibattiti televisivi, invece, sono dei veri e propri match all’ultimo sangue dove una parola in più può costituire un’arma potentissima e guardarli fa lo stesso effetto dei rigori della squadra del cuore. Alle domande dei giornalisti i concorrenti devono rispondere con precisione e tono decisi, non sono ammesse vaghezze, solo risposte concrete e programmatiche: gli sfidanti hanno già detto precisamente cosa faranno per abbassare le tasse e come si muoveranno per creare lavoro. Anche sui temi etici sono stati precisi. E pure sull’immigrazione e la politica estera. Non c’é stato un «dipenderà da…». Nessun «vedremo cosa fare se…», pena la perdita di milioni di voti. In campagna elettorale le tv e le radio si riempiono poi di pubblicità politiche. Tutte epiche, con gli effetti speciali del grande cinema hollywoodiano. E divertenti o strappalacrime che siano non sono mai banali. L’austerity l’America sa bene cos’è e non la nasconde, nemmeno negli spot più drammatici in cui appaiono le facce di milioni di cittadini disoccupati. Ma non ne fanno un inno loro, non la lodano, non fanno gare di sobrietà autolesioniste. Gli americani vogliono risollevarsi e per farlo usano tutte le armi a loro disposizione: Denaro, simpatia, fierezza e persino preghiere a Dio. Di cui certo non si vergognano.

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