Il Cocoricò, il Meeting e quella politichetta che ha tanto da imparare

L’accostamento è irrispettoso per il Meeting (o forse per il Cocoricò)? No. Sono luoghi dove in modo più cosciente o meno è offerta una proposta esistenziale. Non esiste luogo neutro

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Dieci notizie, che sono racconto di fatti. Boris ritiene che abbiano il sigillo dell’incontrovertibilità.

1 – Rimini oggi ha il Cocoricò chiuso (Riccione è a un passo) e il Meeting aperto. Bisogna dire che in tanti vorrebbero chiuso, serrato, abrogato anche il Meeting.

2 – L’accostamento è irrispettoso per il Meeting (o forse per il Cocoricò)? No. Sono luoghi dove in modo più cosciente o meno è offerta una proposta esistenziale. Non esiste luogo neutro.

3 – Paradossalmente, al Meeting l’identità proposta è aperta a ogni confronto, disponibile ad andare là dove tutti, con lo sguardo aperto, percepiamo una mancanza. «Se non ti incontrerò mai in questa vita, almeno che io senta la tua mancanza. Uno sguardo dei tuoi occhi e la mia vita sarà tua», dice il sergente Edward Welsh ne La sottile linea rossa di Terence Malick. Al Cocoricò la proposta è (era) unica, dice: vieni, non c’è niente, c’è solo mancanza, ma non sentirla è meglio.

4 – Il Cocoricò è stato chiuso per ragioni che non sto a sindacare. Ci sono violazioni dei regolamenti, dice il questore di Rimini, e saprà certo il fatto suo. Finché è così, niente da dire. Diventa invece un obbrobrio se in questo modo la politica ha voluto dare un giudizio perentorio su dove stia la verità e dove no.

5 – Non tocca alla politica dare giudizi sulle proposte educative e sui modi di autorizzare l’uso del tempo libero, decidendo la chiusura di ambiti dove si esercitano modalità del vivere che in realtà sono perfettamente coerenti con i dogmi della cultura dominante.

6 – L’arena culturale di oggi è un combattimento dove stravince il nichilismo, il dissolvimento di qualsiasi pretesa di un destino buono incontrabile adesso, o almeno legittimamente desiderabile, con l’esaltazione del diritto individuale come assoluto, tra cui, perfettamente in linea, l’uso della droga.

7 – «Eravamo una famiglia. Come ha potuto rompersi e dividersi e ora siamo uno contro l’altro, ognuno fa ombra all’altro? Come abbiamo fatto a perdere il bene che ci era stato dato, lasciarlo scivolare via, disperdersi, distruggersi? Cosa ci impedisce di uscire, toccare la gloria?». (Soldato Witt, La sottile linea rossa)

8 – La replica non può essere il caprio espiatorio, individuato oggi nella discoteca, perché vi si è verificata una tragedia e qualcuno vi ha commesso un reato. Questa è politichetta. Come lo è – a rovescio – dare la colpa alle famiglie di aver fallito il loro percorso educativo. Siamo tutti poveretti, in un mondo dove ormai non siamo più neanche al post cristianesimo. Siamo al post tutto. Chiudere un locale – salvo non sia per chiare violazioni dirette del gestore – è un atto percepito da tantissimi giovani, anche da quelli che non vanno al Cocoricò e nemmeno in discoteca, come pura ipocrisia, una sorta di razzismo contro di loro. Quanti teatri e quanti set televisivi andrebbero chiusi per l’uso di cocaina? Qualcuno ci spiega perché al Festival di Sanremo, che è pur sempre una gara sportiva, come predicava sempre Pippo Baudo, non si fa l’antidoping? Demonizzare le discoteche è come demonizzare il ciclismo. È l’anello debole, salva le coscienze.

9 – Una proposta. Un luogo dove guardarsi con amicizia, carichi della domanda originaria. Il Meeting Boris lo ha sempre riscoperto così. E poi la voglia di andarlo a raccontare in discoteca, a quei ragazzi lì. Lui è russo, ha più coraggio e gamba di me.

10 – Il Meeting. E il desiderio che la mancanza, riconosciuta, sia riempita da uno sguardo. Con l’interrogativo finora evaso del perché di tutto, anche del male, se possa essere vinto, e il pensiero che forse è possibile, guardando la signora infarinata che prepara le piadine in uno stand o cogliendo i discorsi tra i sudati ragazzi del parcheggio, chissà come sempre contenti. Sana invidia.

Foto Ansa