La Cina condanna Gui Minhai. Avevano ragione i giovani di Hong Kong

I dieci anni di carcere comminati al libraio di Hong Kong rapito dal regime nel 2015 dimostrano quale sarà il futuro della città autonoma se non otterrà democrazia

Un cittadino di Hong Kong protesta contro il rapimento dei cinque librai del Causeway Bay Books. Gui Minhai, nel cartello, è il primo da sinistra

Il libraio, scrittore ed editore di Hong Kong, Gui Minhai, è stato condannato dalla Corte del popolo di Ningbo a 10 anni di carcere in Cina per aver «diffuso all’estero informazioni riservate illegalmente». Gui era diventato famoso nel 2015, quando fu rapito insieme agli altri quattro proprietari della libreria Causeway Bay Books di Hong Kong. Il caso di Gui e la sentenza pesantissima, oltretutto comminata a un cittadino straniero con passaporto svedese, insegna due cose.

HONG KONG HA RAGIONE A PROTESTARE

La prima cosa è che la popolazione di Hong Kong aveva e ha tutte le regioni di questo mondo per protestare, anche in modo veemente, contro il governo e la sconsiderata legge sull’estradizione. I 10 anni di carcere comminati a Gui, al netto dell’evidente assurdità del merito della sentenza (è sorvegliato in Cina 24 su ore su 24 dalle autorità cinesi dal 2015, quali informazioni potrebbe mai avere sottratto?), dimostrano che in Cina la giustizia non è indipendente, serve solo gli scopi politici del Partito comunista e se Hong Kong approvasse una legge sull’estradizione metterebbe in pericolo l’intera popolazione.

IL RAPIMENTO DEI CINQUE LIBRAI NEL 2015

A proposito è utile ricordare brevemente il caso di Gui e degli altri librai, cioè Lui Bo, Zhang Zhiping, Lam Wing-kee e Lee bo. Tutti e cinque erano proprietari della libreria Causeway Bay Books, che aveva già pubblicato diversi libri scandalistici sui pezzi grossi del Partito comunista cinese e aveva in cantiere un titolo sulla vita amorosa del presidente Xi Jinping. Per questo motivo, tra ottobre e dicembre, sono stati rapiti dai servizi segreti di Pechino, alcuni prelevati illegalmente dallo stesso territorio di Hong Kong, e portati in Cina.

Gui in particolare è stato rapito mentre si trovava in Thailandia. Nelle mani delle autorità cinesi è stato costretto a confessare alla televisione di Stato un crimine commesso nel 2003. Scontata la pena, è stato rilasciato nel 2017 e riarrestato poco dopo mentre si trovava su un treno in compagnia di diplomatici svedesi nel 2018.

«QUESTA CONDANNA È UN AVVERTIMENTO PER TUTTI»

Davanti a un simile comportamento da parte del regime comunista cinese, che trasforma in un crimine passabile di oltre 15 anni di reclusione (sommato tutto) la pubblicazione di un libro di gossip, come potrebbero milioni di cittadini di Hong Kong non protestare fino all’ultimo respiro per opporsi al governo di Carrie Lam? Grazie alla legge sull’estradizione, Pechino avrebbe potuto far fare a chiunque in ogni momento la fine di Gui Minhai e degli altri librai.

E la condanna di Gui, spiega un altro dei librai rapiti nel 2015, Lam Wing-kee, non è altro che un avvertimento: «Vogliono usare il processo a Gui per avvertire tutti gli altri di non fare nulla che le autorità cinesi possano ritenere inaccettabile. Vogliono anche inviare un altro messaggio: non allenteranno il controllo su Hong Kong, neanche in un momento critico in cui devono occuparsi del coronavirus».

PER PECHINO LA LIBERTÀ È UN VIRUS

La seconda cosa che insegna il caso di Gui Minhai è che l’unico morbo considerato una minaccia per la salute del Dragone dal governo cinese è quello che potrebbe mettere in pericolo la stabilità del regime. L’unico virus che il Partito comunista ha sempre cercato di debellare, sia in patria che all’estero, è la libertà di espressione. Un atteggiamento che, come insegna l’epidemia di coronavirus scoppiata a Wuhan e propagatasi anche nel resto del mondo, rappresenta una minaccia non solo per i cinesi o Hong Kong, ma per tutti.

Foto Ansa