Il Corriere non ha capito niente di Hong Kong e dei suoi giovani

Secondo il docente Carlo Rovelli la protesta che va avanti da giugno è nazionalista, motivata da ragioni economiche e limitata ai figli della classe media. Niente di più sbagliato

Hong Kong è ricca, la Cina è (ancora) un paese mediamente povero e se milioni di persone sono scesi in piazza negli ultimi sette mesi nella città autonoma è perché non intendono «perdere privilegi». È questa, secondo il docente di Fisica teorica all’università di Aix-Marseille, Carlo Rovelli, «la lettura più diretta delle proteste, al di là delle belle parole dell’ideologia». Il professore, che è appena stato a Hong Kong, ha pubblicato un «diario di viaggio» sul Corriere, che ha dato molto spazio e un bel richiamo in prima pagina alle sue riflessioni. Rovelli pensava di arrivare a Hong Kong e «assaporare un vento di libertà, giustizia, ribellione contro l’oppressione», ma non è «sicuro di averlo sentito».

LETTURA SEMPLICISTICA E RIDUTTIVA

È sicuro invece di aver trovato nei giovani di Hong Kong «una intensa vena di nazionalismo, che risuona con il peggio di quanto accade in tante parti del mondo», e addirittura «rabbia contro un altro popolo», quello cinese, «quattro volte più povero». Una rabbia magnificata dall’Occidente, che «detesta la democrazia quando i popoli votano partiti anti-occidentali» ma «celebra con entusiasmo la democrazia quando è arma ideologica contro i suoi avversari».

Pur ammettendo, Rovelli, di non avere «abbastanza conoscenze per esprimere giudizi», il suo diario di viaggio desta molte perplessità, meno però di quante ne suscita la scelta di Corriere di pubblicarlo. La lettura del docente, infatti, è molto semplicistica, riduce la più grande protesta della storia della città a un problema economico (che pure c’è) e la appiattisce così sul vuoto «ribellismo» giovanile che si vede in tanti altri paesi del mondo. Ma non è affatto così.

A PROTESTARE NON SONO APPENA GLI UNIVERSITARI

Rovelli sbaglia innanzitutto quando scrive che «a protestare sono gli studenti universitari figli di una classe media schiacciata fra l’estrema ricchezza dell’élite» e «il popolo minuto». Se è vero che i giovani sono la spina dorsale del movimento anti-estradizione, è evidente che tutta la popolazione di Hong Kong ha partecipato alle proteste. E lo dicono i numeri: il 9 giugno è sceso in piazza il 15 per cento della popolazione, cioè un milione di persone; il 16 giugno, hanno manifestato oltre due milioni di persone su un totale di sette milioni. Non serve essere “esperti”, basta la statistica per capire che la legge sull’estradizione era percepita come un pericolo non solo dai giovani o dai grandi finanzieri (che di sicuro avversavano la legge), ma anche dal «popolo minuto».

Se, ancora, la protesta non fosse genuinamente popolare e non riguardasse tutte le fasce della popolazione, l’8 dicembre, cioè ben sei mesi dopo l’inizio delle manifestazioni, non avrebbero mai marciato per le strade della città 800 mila persone. Se si trattasse soltanto di una protesta giovanile, perché a fine novembre il 71,2 per cento della popolazione si sarebbe riversato in cabina elettorale per dare una lezione a Pechino? E cosa dire dell’1 gennaio, quando sette mesi dopo la prima oceanica protesta, sono tornati in piazza un milione e 300 mila persone?

HONG KONG VUOLE IL “PRIVILEGIO” DELLA LIBERTÀ

È vero, come scrive Rovelli, che molti giovani, specie quelli nati dopo la strage di Piazza Tienanmen, vedrebbero bene Hong Kong indipendente dalla Cina e di conseguenza non capiscono l’impegno democratico della “vecchia” generazione di attivisti che vuole una Hong Kong libera all’interno di una Cina genuinamente democratica. Ma questi giovani restano una minoranza a Hong Kong e soprattutto non avrebbero mai suscitato un tale movimento di popolo con una richiesta così estrema (fosse anche solo perché la città autonoma deve la sua sopravvivenza, anche fisica, alla Cina continentale).

Il docente sottolinea giustamente che Hong Kong «teme di perdere privilegi». Quello che non capisce è che questi privilegi non sono di natura economica. La città autonoma ha paura di quello che succederà quando passerà in tutto e per tutto sotto il dominio di Pechino e i suoi timori hanno due motivazioni. La prima è storica: i giovani potranno anche essere disinteressati al passato, ma la maggior parte della popolazione di Hong Kong non dimentica che oggi al potere c’è quello stesso Partito comunista che il 4 giugno 1989 inviò in piazza i carri armati per massacrare il suo stesso popolo. E Rovelli può stare certo che quando un cittadino di Hong Kong ascolta il presidente cinese, Xi Jinping, dire che «chiunque si azzardi a dividere la Cina avrà il corpo distrutto e le ossa maciullate», sente un brivido corrergli lungo la schiena.

La seconda motivazione, invece, riguarda l’attualità: la gente si rende conto di avere diritto al suffragio universale in base alla sua Costituzione, scritta da Londra e dal Partito comunista insieme; si accorge che l’autocensura aumenta nelle redazioni dei giornali; che nel 2016 cinque librai sono stati sequestrati, deportati e torturati soltanto perché hanno pubblicato libri sulle amanti di Xi Jinping; che negli anni passati il governo della città ha proposto di vietare ogni manifestazione pubblica; che Pechino ha cercato di imporre lezioni di indottrinamento nelle scuole e l’insegnamento obbligatorio del mandarino a danno del cantonese. Hong Kong è certa che quando la Cina avrà mano libera, la città subirà un genocidio culturale e la perdita di tutte quelle libertà civili di cui ha goduto negli ultimi decenni. La popolazione sa tutto questo e di conseguenza fa tutto ciò che è in suo potere per evitarlo (a volte anche eccedendo con la violenza, sbagliando, come tempi.it non ha mai nascosto). Rovelli è andato a Hong Kong e non ha «sentito» tutto questo, ma il problema è suo (e del Corriere) non certo degli abitanti del Porto profumato.

Foto Ansa